Oggi il Cile e il mondo interno sono un po’ più lontani dall’epoca di Pinochet e delle sue aberranti pratiche. Non tanto perché il soggetto in questione è morto, quanto perché il suo paese, in quest’occasione, ai suoi massimi livelli ha saputo prenderne le distanze. Onore al merito della Presidente Bachelet che ha negato i funerali di stato; al suo Ministro della Cultura, che ha fatto fronte con dignità all’ingrato compito di rappresentare da sola il Governo alle esequie; ma anche, almeno in questo caso, alla “viuda” Pinochet che con la Ministro ha voluto trattenersi a colloquio, e soprattutto alla figlia che durante la messa le ha stretto la mano all’atto della pace. Magari qualcuno avesse fotografato quella stretta; sarebbe senz’altro una delle foto dell’anno, simbolo di speranza per una paese che volta pagina senza ulteriori lacerazioni.
Nessun onore, invece, al nipote del dittatore, che non ha evitato di lodare il nonno pubblicamente; né a tutti coloro che col megafono dei media in braccio hanno colto l’occasione per tentare di mistificare la realtà. Su QN dell’11 dicembre, in corsivo a pagina 12, si portava sull’altare il merito di Pinochet nel prepararsi (1990) una successione democratica; si definiva “esempio di toghe che vogliono fare la storia” l’azione del magistrato spagnolo a tutela delle vittime connazionali di quel regime; si concludeva che “tra ipocrite pressioni internazionali il Cile ha portato giuridicamente alla sbarra il generale, ma ha trovato mille cavilli per processarlo”.
Chissà se è ipocrita il pianto di chi una notte si è visto portar via un parente stretto, senza rivederlo mai più. E chissà se lo sarebbe stato chi scrive certe frasi, al suo posto.
(13 dicembre 2006)
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