sabato 30 maggio 2020

IL LOCKDOWN DIVENTERÀ UN EVENTO?

 

Con frequenza quotidiana, secondo alcuni anche eccessiva, conosciamo giornalmente quante vittime miete il coronavirus in tutto il mondo. Benché non del tutto omogenea da paese a paese, e quindi arrotondata per difetto, la mortalità della pandemia è un dato pressoché oggettivo, e confrontabile a distanza di tempo: nel complesso quasi 400mila vittime, su circa 6 milioni di contagiati, tra gennaio e maggio di quest’anno.

Se sappiamo più o meno cosa è successo, non sappiamo cosa avrebbe potuto non succedere: non esistono ad ora studi circostanziati su cosa sarebbe accaduto senza alcun lockdown, ovvero senza adottare nel mondo alcuna misura di contenimento.


Dati sugli effetti collaterali

Qualche dato in più è invece, già disponibile sugli effetti collaterali. Ad esempio, su quanto sia stata rallentata la prevenzione di altre malattie e quindi di altri decessi. Per mesi l’attività ordinaria di ospedali e cliniche è stata più o meno azzerata. Limitandoci all’Italia, il sistema sanitario nazionale per rimettersi in pari dovrebbe smaltire in autunno 4 milioni di screening oncologici, stando alla stima del Centro studi Nomisma. E tralasciamo qui la prevenzione sugli altri tipi di patologie, sia fisiche che mentali: un accumulo esponenziale.


Conseguenze anche positive

Gli effetti indiretti del lockdown non sono solo negativi. Generalmente è diminuito l’inquinamento atmosferico. In particolare, le cosiddette polveri sottili e il diossido di azoto, ridotti anche della metà, in alcune aree urbane, ad esempio in India o a Parigi. Paradossalmente, il calo di diossido di azoto ha “liberato” nuovo ozono superficiale, un inquinante secondario che si materializza vicino alla superficie terrestre. Un effetto collaterale di secondo livello non esattamente positivo, dunque; nel complesso però l’atmosfera ne ha beneficiato, e le immagini della catena hymalaiana liberata dalle nubi di smog ne sono un sintomo dal forte impatto emotivo.

Ma ad esser “liberati”, seppure temporaneamente, sono stati anche i centri abitati. Soprattutto quelli a più alta densità di popolazione. Giornalmente “stressate” da un brulichio di persone, macchine e – appunto – emissioni, soprattutto le grandi città sono tornate per alcune settimane a “respirare”, rivelando una faccia inedita per i più. Ora che in alcune parti del mondo come l’Italia la morsa delle restrizioni si è allentata, chiunque viva in uno di questi centri abitati conserva le proprie cartoline dal deserto di casa, scattate con lo smartphone piuttosto che con i propri occhi. Paesaggi per lo più angoscianti, perché apparentemente privi di presenza umana; anche affascinanti, in qualche caso almeno. Immagini emblematiche in questo senso sono quelle scattate a Venezia: nel cuore dell’emergenza, i canali della città sull’acqua risplendevano sgombri di imbarcazioni (dalle navi da crociera ai vaporetti) quanto placidi e argentei. Chi ha avuto modo di percorrerli o costeggiarli in piena solitudine assicura di aver assistito ad uno spettacolo unico. Un po’ lo stesso che, con le dovute proporzioni, offriva qualsiasi via di metropoli o città abitualmente “aggredita” da traffico e folle di viventi.


La fase 2

In questi giorni di fase 2 ci auguriamo tutti di poter recuperare ciò che di buono avevamo prima dell’emergenza, dal lavoro alle relazioni sociali, e ognuno aggiunge altro di suo. In molti dei cittadini a lungo “restatiacasa” c’è anche la speranza che qualcosa possa cambiare in meglio, facendo in qualche modo tesoro di sensazioni e riflessioni che il blocco ci ha fatto provare. Il rapporto con i centri abitati è, probabilmente, una delle cose migliorabili. E se è impossibile pensare a città costantemente sgombre dal traffico di mezzi e persone, ritrovare di quando in quando l’occasione per metterle “a nudo” potrebbe forse aiutarci a rispettarle anche nei giorni normali.

Per un po’ di anni varie città del mondo hanno sperimentato le domeniche senz’auto. Un’evoluzione della specie potrebbero essere le “domeniche senza”: tutto fermo a parte i mezzi pubblici e i servizi essenziali (ospedali, farmacie, edicole, somministrazione di cibo, alberghi), come abbiamo “subito” durante la fase 1. Metti una domenica del genere a Venezia, Firenze o Roma. Magari la prossima primavera, annunciata per tempo: non diventerebbe un “evento-non evento”?

Non si rivelerebbe anche elemento di attrazione turistica? Visitatori attratti dall’occasione unica di osservare città “sgombre” come in lockdown, ma senza il patema della pandemia (speriamo), disposti ad arrivare uno o due giorni prima, e quindi a restituire all’economia locale ciò che quella domenica di chiusura finirebbe per privare. Al tempo stesso, sarebbe una nuova (periodica?) occasione per far apprezzare agli abitanti il valore di ciò che vivono. Che c’era un tempo in cui il driver dominante non era solo quello di tenere aperto sempre e vendere tutto il vendibile, incuranti di ogni effetto collaterale. Un tempo in cui i borghi erano soprattutto luoghi di socializzazione e crescita personale, più che di consumo. E che giorno dopo giorno di questo Terzo millennio, con l’incessante flusso antropizzato, rischiamo di cancellare.


Pubblicato su RadioBullets


martedì 12 maggio 2020

L’ECONOMIA DI BACI E ABBRACCI

Qualche settimana fa avevamo colto l’occasione per applicare l’approccio Radio Bullets ai dati epidemiologici sul coronavirus. Ovvero, per “bucare il silenzio” in cui forse troppo spesso molti media relegano la comparazione dei dati italiani con quelli relativi alla situazione nel resto del mondo. Ci eravamo limitati all’Europa, in particolare, notando come il confronto tra la ‘conta” dei contagiati rischia di essere falsato se non si considera anche la frequenza e il modo con cui questa “conta” avviene, cioè le densità di test sulla popolazione, espressa in particolare con il numero di test effettuati ogni 1.000 abitanti.

Torniamo a dare un occhio ai dati d’insieme del continente Europeo, come elaborati anche in questo caso da OMS Europe e Ourworldofdata. Rispetto alla volta precedente, si nota come siano entrati in scena – loro malgrado – paesi che in precedenza era stato poco più che lambiti dal virus: su tutti Russia, Regno unito e – in misura minore – Turchia.

Quanto dipende dalla densità di tamponi questa variazione di scenario?

Dal grafico seguente potremmo dedurre che la Russia oggi registra più casi anche perché probabilmente ne effettua di più rispetto a un mese fa. Molto più del Regno Unito e della Turchia, ad esempio; anche di Germania, Francia e Spagna, che pur figurano da tempo tra i paesi intensamente colpiti dal virus; e anche della Svezia, che nelle ultime settimane è stata motivo di discussione per la strategia molto poco restrittiva.


L’Italia figurava e figura tutt’ora tra i paesi a maggior densità di tamponi, Al 9 di maggio facevano di più solo Portogallo e Danimarca, su scala europea. E’ del resto, anche una delle nazioni più provate dal “case fatality rate”, ovvero dalla frequenza con cui i decessi seguono l’accertamento del contagio: più della media del continente, come del resto fa la stessa Svezia, la Francia e l’Olanda.



Come già il mese scorso, resta in piedi l’impressione che il quadro effettivo dei contagi sarebbe diverso se tutti i paesi effettuassero tamponi con la stessa intensità. Non solo: a farci prendere con le molle i dati che riguardano l’epidemia dovrebbe indurci anche la constatazione che rilevazione e diffusione dei dati non seguono le stesse identiche dinamiche.

Diffusione e intensità del virus

Tra le poche certezze continua ad essercene una, che in realtà è…un’incertezza: la diffusione e l’intensità del virus sono probabilmente frutto di svariati fattori, un negativo cocktail in cui l’incidenza di un ingrediente e dell’altro probabilmente varia – e anche di molto – da paese a paese.

Come anche altrove si sta mettendo in risalto, le misure di prevenzione variano presumibilmente di efficacia, passando da un contesto all’altro, e forse anche da un periodo all’altro. Di certo, molte di queste misure hanno cambiato pesantemente la quotidianità della popolazione, anche nei piccoli gesti. Anche quei gesti che per alcuni di noi hanno un grande significato: si pensi al non poter andare nei luoghi di culto per i praticanti delle religioni, siano essi cattolici o musulmani. Ma si pensi anche solo alle effusioni condivise con le persone più care.

A proposito di effusioni, tra gli epidemiologi c’è chi indica nella tendenza a “mantenere le distanze” diffusa in alcune società un importante fattore di prevenzione. Tra i paesi in cui la diffusione del virus per ora è stata piuttosto contenuta ci sono ad esempio Thailandia e India, dove normalmente le persone si salutano senza contatti, unendo i palmi delle mani come si fa nelle preghiere. Mentre in Giappone e in Corea del Sud le persone si salutano con un inchino, e avevano già l’abitudine di indossare spesso le mascherine in caso di malessere, anche prima del Cvirus. Come detto, la certezza è l’incertezza: ci sono anche paesi del Medio oriente dove l’abitudine di abbracciarsi e stringersi le mani è invece assai diffusa. Eppure finora i contagi sono rari.

Abitudini che cambiano

E però, se è vero che qualcosa dovremo pur imparare da questo periodo, al punto da cambiare possibilmente in meglio le nostre abitudini, qualche passo in questa direzione potremmo iniziare a compierlo. Magari proprio ora, con una fase 2 al debutto e – si spera – una fase 3 all’orizzonte. Magari cominciando proprio da baci, abbracci, strette di mano. Che sono un diritto ed un valore inestimabile quando sono scambiati sinceramente con persone per le quali proviamo qualcosa. Ma che troppo spesso sono anche espressione di un convenevole gratuito, e poco più.

Pensiamoci un attimo: fino al mese di febbraio 2020, quante strette di mano puramente formali eravamo abituati a scambiarci, nell’arco della settimana? Quanti baci sulla guancia più o meno distaccati e finti, messi in atto alla vista di parenti di ennesimo grado, o di conoscenti cui fingevamo di sorridere? Quante di tutte quelle effusioni erano realmente sincere, e quante indotte da convenzione?

Se la maggior parte erano del secondo tipo, vuol dire che probabilmente abbiamo un grosso potenziale di miglioramento alla nostra portata. Quando tornerà ad essere consentito e gradito scambiarci effusioni, facciamone economia. Concentriamoli sulle persone e le occasioni realmente “vicine”. Limitiamoci quando possibile ad esprimere i nostri sentimenti con la faccia o anche solo con gli occhi, come ci siamo allenati a fare in queste settimane. Così facendo non è detto che limiteremo nuovi contagi, ma saremo probabilmente più sinceri. E se un domani, sfortunatamente, dovessimo tornare ad indossar mascherine, ci costerà meno farlo.


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sabato 18 aprile 2020

IL VIRUS E L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DEI NUMERI

 



Un dato preso da solo è un numero. Un dato messo in relazione con un altro può diventare informazione, spunto di ragionamento, conoscenza. Da quando è cominciata l’emergenza Covid-19, la gran parte dei cittadini della gran parte dei paesi del mondo recepisce giornalmente nuovi dati su 4-5 ordini di grandezze in particolare: numero di contagi, ricoveri in terapia intensiva (o dimissioni), decessi, guarigioni. Questi dati di per sé possono dire poco o tanto, ma sono molto più significativi se messi in relazione con altri pertinenti.

Ad esempio: io posso essere più allarmato o confortato se giorno dopo giorno vedo crescere gli indicatori negativi (contagi, ricoveri, decessi) o quelli positivi (dimissioni, guarigioni) relativi al territorio in cui vivo. Ma l’allarme o il conforto possono essere amplificati o sminuiti se ho modo di confrontare questi indicatori con gli stessi misurati in altri territori. E se i criteri di misurazione sono attendibili, e omogenei.

Prendiamo una delle grandezze in questione: i contagiati totali.

A metà aprile 2020, quella nell'immagine era la situazione italiana messa a confronta con il resto dell’Europa (fonte World Health Orgnization – Europe).

I dati resi noti alla stessa data dall’ European Centre for Disease Prevention and Control, e aggregati da Ourworldindata, evidenziano però che non tutti i paesi fanno tests (tamponi) con la stessa intensità. Anzi: in Norvegia, Germania e Italia la densità di test ogni 1000 abitanti, ovvero il tracciamento dei contagi risulta molto più intenso che nel resto dei paesi europei:

E’ evidente che ai nostri occhi (di chi li legge) i dati assoluti sul contagi assumono un valore diverso, se siamo a conoscenza o meno di questo aspetto.

Eppure i bollettini quotidiani sono diramati senza esser corredati sistematicamente di queste avvertenze. Anche le altre grandezze che quotidianamente vengono aggiornate andrebbero probabilmente corredate di specifiche avvertenze, per la loro corretta interpretazione. Non entriamo per il momento nel loro merito, e ci fermiamo qui, lasciando uno spunto di riflessione per chi ci legge: come altri hanno scritto in questi giorni (ad esempio Daniele Frongia sul Fatto Quotidiano, il 16 aprile), non sarebbe il caso di coinvolgere maggiormente esperti nella lettura di dati (tipo i sistemi statistici nazionali) e nella loro comunicazione? E non sarebbe il caso di armonizzare realmente questi dati su scala internazionale, vista la loro rilevanza per l’opinione pubblica?


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domenica 7 ottobre 2018

Roma, Riace, l'etica e le sigarette




Il rispetto della legge è la pietra angolare di una convivenza tra più persone in una collettività che possa dirsi civile. Ed ogni deroga all’applicazione della legge più alimentare quella percezione per cui “tutti sono uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri” che, goccia dopo goccia, mina la disponibilità delle persone civili a rinunciare ad un po’ della propria libertà personale per godere assieme agli altri di quella collettiva.

Il rischio di alimentare questa percezione è insito nell’atteggiamento di chi in questi giorni per slancio emotivo si schiera deliberatamente dalla parte di Mimmo Lucano, sindaco di Riace agli arresti domiciliari. E’ un rischio che ne porta dietro un altro, che è anzi una certezza: quello di portare argomenti a chi non aspetta altro che l’occasione per denigrare persone come Lucano, e tentativi di integrazione come quelli messi in atto in quel borgo di Calabria.

Tenere conto di questo rischio non vuol dire necessariamente voltarsi dall’altra parte. Può richiederci, magari, di provare a fare un ragionamento più articolato, e non semplicemente istintivo.

Ho letto su un quotidiano questa settimana un’osservazione che ci ricorda come, in ogni comunità, accanto alla giustizia penale o amministrativa ne esista una di tipo “etico”, diffusa nelle menti o nella pancia delle persone. E non necessariamente queste due giustizie sono sempre allineate sullo stesso punto. Anzi: capita – e nella storia è capitato spesso – che la seconda si porti avanti rispetto alla prima, e dopo qualche tempo (a volte anche molto lungo) la prima si riallinei alla seconda, attraverso i necessari atti di legge.

Formalmente, le ‘leggi razziali’ introdotte in Italia erano leggi; era legge l’apartheid in Sudafrica fino al 1992; era legge quella che imponeva ai locali pubblici italiani di consentire ai clienti di fumare, fino ai primi anni Duemila. Lo scorrere del tempo ci ha poi dimostrato come quella legge (penale, o amministrativa) fosse in ritardo rispetto a quella etica (di quel paese, o del resto del mondo); e come infatti chi fa leggi abbia dovuto recuperare il tempo perduto.

Formalmente (se sarà riconosciuto colpevole) Mimmo Lucano oggi sta infrangendo la legge, almeno in parte. E’ abbastanza verosimile però che se lo ha fatto, ciò sia stato per ovviare ad un quadro normativo che nel complesso si fa beffe della condizione umana di persone a cui difficilmente si può contestare lo stato personale di bisogno; ed è anche verosimile che il Sindaco di Riace non abbia agito per tornaconto o guadagno personale, come invece avviene nelle gran parte dei casi di reato. Forse oggi la sensazione di giustizia etica di buona parte degli italiani riesce a fare questo distinguo, a differenza di quello che formalmente fa (o farà, in sede di processo) la giustizia penale. E se è cosi, bisognerà che quanto prima chi fa le leggi si renda conto di questo distacco, e a questo provveda.

A proposito del diverso atteggiamento nell’atto di compiere un reato: tra le tante esternazioni. l’attuale Vicepresidente del Consiglio italiano si è espresso in questi mesi su due arresti eccellenti. Lo scorso mese di giugno su quello di un imprenditore coinvolto nell’inchiesta sul nuovo stadio di Roma, definendolo una brava persona e augurandosi che la giustizia possa presto scagiornarlo. Questa settimana sull'arresto di Lucano, dicendosi “sempre dispiaciuto quando un uomo libero viene arrestato”, ma chiedendosi subito cosa ne penseranno i detrattori della sua politica sui migranti. Per certi versi, comparare questi due casi mi ricorda quello di due condannati su cui la gente fu chiamata a scegliere chi sacrificare, un paio di millenni fa. E uno dei due mi pare si chiamasse Barabba.



Nota a margine
Sono stato a Riace nell’estate 2010, intervistando il Sindaco Mimmo Lucano per la rivista Mixa, che adesso non esiste più. Spero che ciò non abbia condizionato in negativo queste considerazioni. La foto è una di quelle scattate all'epoca sul posto.

lunedì 5 settembre 2016

DISGRAZIE DI MASSA: AIUTO O NON AIUTO?

Il tremendo terremoto del 24 agosto, l'ultimo di una lunga serie. Le rovine, i feriti, le salme. E poi i soccorsi, gli aiuti, i tweet. Gli sms solidali, i vip, le amatriciane solidali. La “gara di solidarietà”, gli italiani che ancora una volta gettano il cuore oltre l'ostacolo. Un coro di sensibilizzazione e azione. Nessuna voce fuori dal coro. O quasi.




“PER IL TERREMOTO NON DO NEANCHE UN EURO”
“E' l'ora di finirla con la moina
 del buon cuore e portafoglio
 dei cittadini contribuenti”?


Il titolo controcorrente spicca da un'articolo de L'eco del sud, condiviso da un mio contatto facebook tra i più recenti e perspicaci. L'affermazione è attribuita ad una persona per me sin qui sconosciuta, il presidente del movimento “Popolo partite Iva” Lino Ricchiuti. Che in estrema sintesi dice: è l'ora di finirla con la moina del buon cuore e portafoglio dei cittadini/contribuenti e che mettono la pezza a ciò che dovrebbe fare lo Stato, e non fa. Se non si interrompe questa inerzia non cambierà mai niente. Per questo stavolta ai terremotati non manderò un soldo, che ci pensi lo Stato.

Leggo l'articolo con calma, mi fermo un attimo a pensare, provo a immaginare come potrei sentirmi se mi trovassi a leggerlo al riparo di una tendopoli, dopo aver perso casa amici o familiari pochi giorni prima. E mi vengono i brividi.

Un attimo dopo, qualcosa mi impedisce di collocare facilmente e rapidamente il signor Ricchiuti tra le voci solitarie, e tra quelli che si meritano il girone più basso dell'inferno.


LE RACCOLTE FONDI E IL SOTTOSVILUPPO
“Inviare aiuti va sempre bene, 
o serve anche imparare a farne a meno?”

Quello di Ricchiuti è, secondo me, un ragionamento tagliato con l'accetta: per lo stesso principio che lui espone, dovremmo smettere di sostenere Save the children che cura i bambini in Siria perché “ci dovrebbero pensare la Siria a non esporre alla morte i suoi figli”; oppure la Lega del Filo d'oro perché “ai bambini con le malattie rare di dovrebbe pensare lo Stato”. E ci vorrebbe un buon cuore di pietra, credo, per dire in faccia ad uno sfollato di Pescara del Tronto che lui merita meno aiuti di quelli de l'Aquila, Modena, Colfiorito e così via. Ovvero, che a differenza di costoro deve pagare (di più, oltre a quello che ha già pagato in seguito al sisma) per colpe che probabilmente non sono sue.

Se al posto dell'accetta prendiamo invece un..taglierino, ovvero se usciamo dal comodo cliché del buonismo a tutti i costi, c'è qualcosa nel ragionamento di Ricchiuti che merita attenzione. E che vanta precedenti.

Dambisa Moyo è un'illustre economista africana. Qualche anno fa fece scalpore affermando che il suo continente doveva uscire dall'abbraccio consolatorio delle ONG, perchè questo non faceva altro che cronicizzare il suo status di zona del mondo in via di sviluppo, che allo sviluppo non arrivava mai.

Il più venduto tra i libri della storia umana cita ad un certo punto l'affermazione di un Signore che, rispetto al comportamento da tenere nei confronti di persone perennemente affamate, suggerisce di “non dare loro pesci, piuttosto insegna loro a pescare”.


L'ISOLA (LO STATO) CHE NON C'E'
“E se improvvisamente smettessimo di sostituire lo Stato
 in tutte le situazioni in cui da solo non basta”?

Il mondo che 'predica' il capo del “Popolo partive Iva”, quello in cui lo Stato provvede in pieno ai suoi compiti,è da tempo un mondo che non c'è; e stento a credere che potrà esserci in futuro. Chiediamoci: sarebbe pensabile mantenere i livelli attuali di assistenza sanitaria e pronto soccorso senza l'apporto di Misericordie, Pubbliche assistenze e tutto il restante volontariato di settore? Vogliamo credere che senza il Fai lo Stato avrebbe provveduto per suo conto a conservare e rendere fruibili tanti 'luoghi del cuore'?

Epperò: c'è modo e modo di essere d'aiuto. Posso fare 1, dici o 100 sms solidali: e poi, vada come vada. Posso essere un famoso attore americano di Grey's anatomy,che due giorni dopo il terremoto si precipita ad Amatrice, nelle ore in cui la Protezione civile dice agli italiani di non affollarsi nei luoghi del sisma; e visto che ci sono, mi faccio fotografare tra le rovine. Posso farmi ritrovare puntualmente in prima fila ad organizzare serate di beneficenza, ogni volta che c'è un emergenza, magari a favore di telecamera.
Premesso che pecunia non olet, e che i fondi così raccolto alla fine sono spendibili per una giusta causa al pari degli altri, questi sono alcuni dei tipi di sostegno che mi lasciano più perplesso.



AIUTI CIECHI O CONSAPEVOLI
“A volte basta un gesto. O no”?

Oppure: posso cercare di documentarmi su chi gestirà il mio aiuto, sulle sue credenziali e su come lo utilizzerà, prima di procedere materialmente a darlo. Posso tornare periodicamente a vedere se chi ha beneficiato del mio aiuto lo ha effettivamente impiegato in modo proattivo o assistenzialistico (rispetto ad una volta, oggi in questo internet aiuta molto). Posso magari dare nuovamente il mio aiuto, se nel frattempo ho ricevuto aggionamenti convincenti. Oppure verificare che il mio aiuto è stato sprecato, tenerne conto e magari spargere la voce.

Certo questi metodi non sono così immediati, e l'abitudine di una vita – o la presunzione di bontà incondizionata – non è semplice da correggere. Personalmente sto cercando di seguirli, ma per farlo ho avuto bisogno di anni. E di sforzarmi per andare oltre l'istintivo buonismo autoassolutorio che ti fa trasalire di fronte ad affermazioni come quella di Ricchiuti.

Per tornare in argomento, e chiudere: a mio avviso i terremotati del 2016 meritano aiuti privati al pari dei precedenti. E in questo caso quel che penso, io l'ho anche già fatto. Ma se è vero che in questi ultimi tempi per la prevenzione di certi disastri si è fatto (solo) qualcosa rispetto al secolo scorso (emblematico il caso di Norcia), e che molto resta ancora da fare, devo ammettere che la crescita di consapevolezza dell'opinione pubblica  passa più da scossoni come quello in oggetto, che non attraverso i selfie degli addolorati vip.


domenica 26 aprile 2015

No profit. Yes money?



Fundraising: raccolta fondi, tradotto in 'soldoni', ovvero tutto ciò che ha la finalità di raccogliere denaro per una causa specifica. Di soldi si parla insomma, che poi è sostanzialmente quello che fanno le banche (la cosiddetta 'raccolta', appunto), o alla fine dei salmi ogni impresa che deve assicurarsi soldi per continuare ad operare.

Non di soli soldi, tuttavia, può esser fatta un'impresa: servono anche tecnologie, conoscenze, professionalità e quindi persone (da una a migliaia, a seconda dei casi), senza le quali l'attività finalizzata al reddito non può stare in piedi. Se questo vale per le iniziative 'profit', a maggior ragione ha ragion d'essere per tutto ciò che è no profit, anche quando ci si rivolge al 'mondo' per ottenere sostegni (“fund”) in senso lato. E quindi: se una onlus che si rispetti dev'essere ben attrezzata per cogliere al volo ogni donatore intento a spostare la mano dal cuore al portafoglio, dovrebbe esser chiaramente pronta anche a valorizzare le energie di chi magari non riesce o non vuole contribuire alla causa economicamente, ma è ben disposto a farlo con testa mani voce o quant'altro di 'suo', se ne ha le caratteristiche adatte.

Qualche piccola esperienza personale mi dice che non sempre va così. All'inizio dell'autunno 2014 mi era tornata in mente una iniziativa di cui avevo letto con interesse sul trimestrale on line di Amnesty international: si chiama “write for rights” e prende in prestito il concetto della maratona per stimolare una raccolta firme da aprire e chiudere in circa due settimane, a sostegno di alcune vittime emblematiche di violazione dei diritti umani,sparsi nel mondo.

Avevo letto che nel 2013 l'iniziativa si era svolta a dicembre: uno spunto valido per dare un taglio originale e 'concreto' ai messaggi augurali in vista delle festività di fine anno. Decido di approfondire, e magari di mettermi a disposizione per far riuscire meglio la cosa. Vado sul sito di Amnesty, cerco un indirizzo mail pertinente e scopro l'esistenza delle sezioni locali dell'associazione: opto quindi per inviare un messaggio alla sezione della mia città.

Passano neppure tre giorni e mi risponde il responsabile della sezione stessa. Mi informa che la sezione si riunisce settimanalmente, previa cena nell'abitazione del responsabile stesso: la prossima, a cui vengo invitato, è in programma la sera stessa. La mail è inviata in copia anche a tutti i partecipanti al desco settimanale. Sorpreso positivamente per l'accoglienza, ringrazio e mi scuso per non poter intervenire quella sera, confidando di recuperare nella prossima occasione. Che però non arriva.

Nelle settimane seguenti mi giungono per conoscenza messaggi mail che alcuni membri della sezione si scambiano, senza specificare nuove occasioni di incontro né indicazioni per il sottoscritto. Dopo un paio di settimane chiedo ragguagli al responsabile di sezione: nessuna risposta.

Decido allora di fare da me, per quel poco che potrà essere. Dal sito di Amnesty deduco che Write for rights 2014 sarà in programma fino al 21 dicembre. Mi lascio un paio d'ore la sera di venerdì 19, e inserisco il layout dell'iniziativa nella mia versione personale di auguri da inviare ai miei contatti, aggiungendo anche un link alla pagina tramite cui aderire alla raccolta firme.

Qualche giorno dopo torno sul sito di Amnesty e leggo con piacere che la campagna ha raggiunto gli obiettivi prefissati per l'Italia. Scrivo di nuovo al responsabile di sezione della mia città, condividendo la soddisfazione e facendo anche a lui i miei personali auguri. L'interlocutore torna a rispondermi: mi scrive che la mia precedente mail era finita nello spam, e mi preannuncia che a gennaio tornerà a coinvolgermi. Cosa che non avviene: né a gennaio, tanto meno nei tre mesi scarsi trascorsi fino a oggi.

Ora: non posso escludere che Amnesty abbia ritenuto il sottoscritto privo delle caratteristiche idonee per fare alcunché tranne la mera offerta di soldi, anche se mi chiedo come una valutazione del genere possa basarsi su un paio di mail da due righe l'una, improntate peraltro su toni di cortesia. Comunque sia, se anche fosse, forse sarebbe stato più coerente – ed efficace, in termini di fundraising – esprimerlo in modo chiaro e civile. Così non è andata. Il risultato, nel mio caso, è che non smetterò certo di seguire Amnesty e appoggiare idealmente le cause che promuove; probabilmente però, qualche euro potenzialmente destinato a loro prenderà altre destinazioni.

Quello con Amnesty peraltro non è l'unico episodio di approccio 'incompiuto' al no-profit: nel 2013, la disponibilità a partecipare come volontario non specializzato ad eventuali campagne di scavo, manifestata ad un'associazione archeologica (l'unica risultata potenzialmente attiva nel mio circondario, dopo mesi di vane ricerche), fu tramutata nella richiesta di improvvisarmi programmatore web per restaurare...il sito internet: un tentativo culminato in una inevitabile resa, dopo qualche settimana.  Più recentemente, il “ci sentiamo presto” del responsabile di un'associazione di volontari per la protezione civile ha avuto come seguito il nulla.

Per fortuna non è sempre andata così. Ho avuto esperienze dirette con altre associazioni che hanno ben accolto ciò che con buon senso ero in grado di offrire, e conosciuto altre che mettono bene in chiaro come quando si può (o non si può) partecipare alle attività: l'ultima di queste pochi giorni fa. E' evidente che la maturazione del mondo no profit passa anche per una crescente preparazione di chi vi porta energie, in modo più o meno spinto a seconda dei settori; è altrettanto vero che dalla reception di queste energie (e non solo dei loro 'funds') passa in misura non marginale la lungimiranza dell'azione no profit. O almeno, così sembra a me.

domenica 15 febbraio 2015

Che vista

Rispolveriamo termini come guerra fredda o guerra mondiale. Nel mare che circonda Pantelleria continuano a morire disperati a centinaia, così come nei luoghi di conflitto in Nigeria o Libia. Da quest'ultima, ora scappano anche gli italiani, in fuga dalle minacce dell'Isis. L'Unione Europea è in balia delle pressioni di chi si arroga il diritto a dettar legge sulla base dei numeri, o di chi invoca solidarietà dopo aver troppo a lungo truccato i numeri; mentre le cause di disastro più opache e globali degli ultimi decenni – l'avvelenamento del pianeta, l'iniquo predominio della finanza virtuale sull'economia reale – restano per lo più intatte.

Poi ci sono le tante storie più o meno silenziose di gente che prova creare futuro con dignità, a dispetto di quello che il resto della società (o le altre facce di sé stessa) non le consente di fare. Ma visto da qui, l'inverno 2015 non è proprio un belvedere.