Nella
primavera del 2011 una delle forze politiche in lizza per le elezioni
comunali di Siena istituì un forum sulla cultura a Siena,
invitando la cittadinanza a proporre idee. Quelle che seguono sono
righe indirizzate a quel forum da un cittadino non 'appartenente'; quell'invio, tuttavia, non provocò grandi riscontri...sono ancora attuali, queste
righe? Forse no. Ma tant'è, queste erano (sono)...
Scrivo
con spirito costruttivo, benché accompagnato da una forte
autocritica che a mio avviso la città è tenuta a fare,
su questa materia; lo faccio da cittadino semplice, privo di
particolari competenze ed esperienze in materia, se si eccettua
l'aver collaborato alla realizzazione di un incontro del ciclo
“Lunedìlibri”, nell'ottobre 2008, con la partecipazione di
una delle Madri di Plaza de Mayo (Vera Vigevani), e l'aver proposto
di riprodurre in qualche luogo pubblico i versi dedicati da Alda
Merini al Palio; proposta approdata prima sulla stampa poi in
Commissione cultura, ed in seguito persa nel nulla.
L'autocritica
parte da due punti centrali del dibattito culturale recente ed
attuale: Il Santa Maria della Scala e l'occasione-2019.
A
metà degli anni '90 si parlava del primo come della imminente
cittadella senese della cultura, o meglio ancora della versione
senese del Beaubourg, laddove questo rappresentava un esempio
riproducibile di produzione e fruizione diffusa dell'arte e della
cultura, capace di coinvolgere esperti e pubblico di massa, adulti e
bambini, visitatori esterni ma prima ancora i cittadini. Si
prevedevano spazi per botteghe artigiane, per nuove sperimentazioni
artistiche, ingenti flussi di visita e di utilizzo, al punto da
prevedere perfino spazi per attività commerciali. Il sogno
della cittadella viva ha trovato linfa per vari anni, alimentato
soprattutto dall'alternarsi tra eventi espositivi di rilievo e nuovi,
affascinanti ritrovamenti nell'ambito del grande cantiere di
recupero. Poi il tenore della sorpresa si attenuato, la portata delle
grandi mostre si è dilatata o quantomeno, con l'apertura di
palazzo Squarcialupi, lo spazio da mantener vivo è diventato
ancora più grande.
Credo
sia superfluo ricorrere a dati numerici, in questo caso, per
convenire oggi sul fatto che molte di queste attese risultavano
sovradimensionate, oppure sono state ridimensionate da una rosa
variegata di fattori. Quale che ne siano i principali, resta il fatto
che oggi il Santa Maria dela Scala è un opera incompiuta, una
Sagrada Famiglia della Siena contemporanea senza, che i suoi lenti
lavori in corso affascinino le folle quanto riesce a fare in Spagna
l'opera di Gaudì.
Una
presa di coscienza chiara di questo stato di cose, unita ad alcuni
obiettivi di risalita ragionevolmente perseguibili senza troppa
enfasi né eccessivo dispendio di risorse, sarebbe a mio modo
di vedere un punto necessario di ripartenza per la politica culturale
cittadina dei prossimi anni. Indicare quali interventi,
evidentemente, è cosa particolarmente difficile. Ma va fatta,
per uscire necessariamente da un perdurante, pericoloso astrattismo
di bei concetti che volano troppo alto.
Personalmente
credo che la potenzialità più immediata sia quella di
far diventare il SMS un centro più vivo, e vissuto, di quanto
non lo sia ad oggi. Un luogo che il senese medio non visiti solo una
una volta della vita e amen, ma che frequenti per coinvolgimento
diretto. Magari perchè il senese in questione è un
giovane artista e può beneficiare per un lasso di tempo
predefinito di spazi e mezzi per mettere alla prova la sua reale
motivazione; perché magari beneficia qui di stimoli di
“sistema”, sulla falsariga di quanto fatto alla Gamec di Bergamo
(http://www.arteconomy24.ilsole24ore.com/news/2010/12/04/23_A.php
); perché ha un gruppo musicale e finalmente ha trovato spazi
in cui provare a condizioni accettabili; perché ha un figlio
che si avvicina alle forme espressive, e riesce a farlo in spazi meno
decentrati rispetto a quelli della Corte dei Miracoli. Ovvero, di una
delle esperienze-potenzialità nascoste che attualmente la
città può vantare, senza che la gran parte della
popolazione ne abbia la percezione.
Un'altra
di questa è la Biblioteca Comunale degli Intronati:
luogo-oggetto di una rivoluzione silenziosa negli ultimi 10 anni,
capace di arrivare a risultati un tempo impensabili, eppure
sconosciuti alla gran parte della cittadinanza. Che ignora quanto vi
si faccia per i bambini il sabato mattina o in ogni giorno della
settimana negli spazi a loro dedicati; quanta cultura a costo zero
sia lì disponibile in termini di film, documentari, serie tv,
cd musicali, connessioni libere (oltre che, naturalmente, di libri);
l'entusiasmo che mettono in essa i giovani volti che la rappresentano
al pubblico e soprattutto quanti giovani e meno giovani abbiamo preso
a frequentarla negli anni. Gli Intronati sono un caso scuola
controcorrente nella gestione pubblica della cultura diffusa, così
come per certi versi la Corte dei miracoli lo è in ambito
privato-sociale, al pari di alcune iniziative no-profit che vanno ben
oltre il solo percepire utili della Fondazione, e di alcune
coraggiose iniziative private sorte o tenute vive negli ultimi anni:
dalle librerie cittadine, ad alcuni piccoli editori di nicchia, al
tentativo di raccordarli in chiave moderna sperimentato da
Sienalibri.it. Esperienze lodevoli, che tuttavia restano troppo
spesso isolate tra loro, anche per la mancanza di luoghi propizi.
Ecco:
in una frase, credo che il Santa Maria di domani dovrebbe essere un
po' meno grande e vuoto sogno, e un po' più un luogo figlio di
queste esperienze.
Veniamo
al secondo dei due “punti centrali” evocati all'inizio: il 2019.
Alcuni cenni di cronaca: il sindaco Cenni annuncia il proposito della
candidatura nel settembre 2009. Un paio di mesi dopo vengono
annunciati gli enti chiamati a. far parte del comitato promotore, ma
solo un anno più tardi, a fine 2010, viene nominato un elenco
di nomi e cognomi chiamati a lavorare fattivamente all'idea. Prima e,
a tutt'oggi, dopo, più nulla: nel frattempo, solo per fare due
esempi, Ravenna esterna i propri progetti già nella primavera
2010, Venezia fa squadra con il Nordest e lo annuncia in conferenza
stampa e intere pagine a pagamento su quotidiani nazionali.
E'
percezione diffusa che l'idea, per quanto lodevole e salutare, stia
maturando quantomeno in ritardo. Ma non sarebbe questo l'ostacolo
maggiore, se tutto il resto fosse a posto: il punto è che, con
il passare dei mesi, il contesto in cui è maturata l'idea si è
fatto progressivamente meno propizio all'idea stessa. Per vari
fattori.
Uno
di questi è lo stesso Santa Maria, di cui abbiamo detto prima.
In netto ribasso, purtroppo, appare anche il rapporto della città
con la 'settima arte': nel 2010 hanno chiuso due storiche sale
cinematografiche, la tecnologia digitale è arrivata in una
delle tre che rimangono con mesi e mesi di ritardo, e viceversa i
paesaggi cittadini di questi tempi non hanno trovato di meglio che
far da sfondo a due puntate di 'un posto al sole'. A questo si
aggiunga la nuova metamorfosi cui in questi mesi pare chiamato
l'unica rassegna cinematografica cittadina, tollerata negli anni nel
suo mutevole cambiar pelle senza che questo lasciasse mai un
effettivo indotto o mettesse basi reali per qualcosa di meno effimero
in prospettiva.
Altre
entità culturali resistono, non prive di difficoltà: è
il caso, recente, del Siena Jazz. Resistono, ma in buona parte
restano mondi a parte, non comunicanti tra di sé e soprattutto
vagamente percepiti da una gran parte della popolazione. Che
probabilmente ignora il reale spessore dell'Accademia Chigiana, o
quanto insegnamento si faccia all'interno di una Rinaldo Franci, di
una scuola di lingua o cultura per stranieri (L'Unistrasi, ma non
solo); e che però, paradossalmente, da ormai un decennio si
sorbisce sul Canale Civico solo e soltanto repliche paliesche, quando
questa frequenza avrebbe potuto facilmente essere usata almeno in
parte per far percepire qualcosa al senese medio – oltre che al
turista alloggiato in albergo – di quanto si fa di buono e vario,
in questo sottobosco culturale.
Il
riferimento finale, che può suonare anche da sintesi per i
precedenti, riguarda l'architettura. All'inizio del 2011, sulle
pagine dei quotidiani fiorentini ha trovato spazio la polemica sui
cosiddetti “archisprechi”, ovvero sui troppi progetti elaborati
dalle cosidette 'archistar' rimasti poi nel cassetto. A Siena, questo
problema non c'è: salvo poche eccezioni, quanto più
negli ultimi anni un edificio è stato eretto nuovo e vistoso,
tantomeno ha portato una firma qualificata, oltre che un impatto
degno di nota. Sarà forse fin troppo comodo, ma da profano mi
accodo al coro di chi ha qualificato come 'brutture' l'edificio
lineare, lo sventramento di piazzale Rosselli, l'esagono di san
marco. Eppure la millenaria fama di Siena si deve in buona parte a
quanto di mirabile e coraggioso fu edificato nell'era del suo massimo
fulgore, economico e non solo. Obiettivamente, veniamo da un era
recente in cui la disponibilità economica di sistema non è
mancata: non mi pare, tuttavia, che quanto è stato eretto
possa aspirare ad esser meta turistica tra decenni e secoli.
Questa
considerazione simbolica, in estrema sintesi, può dirla lunga
sulla fondatezza delle velleità da capitale europea della
cultura. Ma anche, sulle potenzialità di miglioramento, per la
cultura e quindi per il bene per la comunità, nei prossimi
anni. Francamente, a mio avviso Siena in questa fase non ha proprio
le carte per ottenere l'investitura: uscirne battuti con onore,
tuttavia, sarebbe già un gran risultato, perché
significherebbe che ci ha provato. E io spero vivamente che lo
faccia.