sabato 30 maggio 2020

IL LOCKDOWN DIVENTERÀ UN EVENTO?

 

Con frequenza quotidiana, secondo alcuni anche eccessiva, conosciamo giornalmente quante vittime miete il coronavirus in tutto il mondo. Benché non del tutto omogenea da paese a paese, e quindi arrotondata per difetto, la mortalità della pandemia è un dato pressoché oggettivo, e confrontabile a distanza di tempo: nel complesso quasi 400mila vittime, su circa 6 milioni di contagiati, tra gennaio e maggio di quest’anno.

Se sappiamo più o meno cosa è successo, non sappiamo cosa avrebbe potuto non succedere: non esistono ad ora studi circostanziati su cosa sarebbe accaduto senza alcun lockdown, ovvero senza adottare nel mondo alcuna misura di contenimento.


Dati sugli effetti collaterali

Qualche dato in più è invece, già disponibile sugli effetti collaterali. Ad esempio, su quanto sia stata rallentata la prevenzione di altre malattie e quindi di altri decessi. Per mesi l’attività ordinaria di ospedali e cliniche è stata più o meno azzerata. Limitandoci all’Italia, il sistema sanitario nazionale per rimettersi in pari dovrebbe smaltire in autunno 4 milioni di screening oncologici, stando alla stima del Centro studi Nomisma. E tralasciamo qui la prevenzione sugli altri tipi di patologie, sia fisiche che mentali: un accumulo esponenziale.


Conseguenze anche positive

Gli effetti indiretti del lockdown non sono solo negativi. Generalmente è diminuito l’inquinamento atmosferico. In particolare, le cosiddette polveri sottili e il diossido di azoto, ridotti anche della metà, in alcune aree urbane, ad esempio in India o a Parigi. Paradossalmente, il calo di diossido di azoto ha “liberato” nuovo ozono superficiale, un inquinante secondario che si materializza vicino alla superficie terrestre. Un effetto collaterale di secondo livello non esattamente positivo, dunque; nel complesso però l’atmosfera ne ha beneficiato, e le immagini della catena hymalaiana liberata dalle nubi di smog ne sono un sintomo dal forte impatto emotivo.

Ma ad esser “liberati”, seppure temporaneamente, sono stati anche i centri abitati. Soprattutto quelli a più alta densità di popolazione. Giornalmente “stressate” da un brulichio di persone, macchine e – appunto – emissioni, soprattutto le grandi città sono tornate per alcune settimane a “respirare”, rivelando una faccia inedita per i più. Ora che in alcune parti del mondo come l’Italia la morsa delle restrizioni si è allentata, chiunque viva in uno di questi centri abitati conserva le proprie cartoline dal deserto di casa, scattate con lo smartphone piuttosto che con i propri occhi. Paesaggi per lo più angoscianti, perché apparentemente privi di presenza umana; anche affascinanti, in qualche caso almeno. Immagini emblematiche in questo senso sono quelle scattate a Venezia: nel cuore dell’emergenza, i canali della città sull’acqua risplendevano sgombri di imbarcazioni (dalle navi da crociera ai vaporetti) quanto placidi e argentei. Chi ha avuto modo di percorrerli o costeggiarli in piena solitudine assicura di aver assistito ad uno spettacolo unico. Un po’ lo stesso che, con le dovute proporzioni, offriva qualsiasi via di metropoli o città abitualmente “aggredita” da traffico e folle di viventi.


La fase 2

In questi giorni di fase 2 ci auguriamo tutti di poter recuperare ciò che di buono avevamo prima dell’emergenza, dal lavoro alle relazioni sociali, e ognuno aggiunge altro di suo. In molti dei cittadini a lungo “restatiacasa” c’è anche la speranza che qualcosa possa cambiare in meglio, facendo in qualche modo tesoro di sensazioni e riflessioni che il blocco ci ha fatto provare. Il rapporto con i centri abitati è, probabilmente, una delle cose migliorabili. E se è impossibile pensare a città costantemente sgombre dal traffico di mezzi e persone, ritrovare di quando in quando l’occasione per metterle “a nudo” potrebbe forse aiutarci a rispettarle anche nei giorni normali.

Per un po’ di anni varie città del mondo hanno sperimentato le domeniche senz’auto. Un’evoluzione della specie potrebbero essere le “domeniche senza”: tutto fermo a parte i mezzi pubblici e i servizi essenziali (ospedali, farmacie, edicole, somministrazione di cibo, alberghi), come abbiamo “subito” durante la fase 1. Metti una domenica del genere a Venezia, Firenze o Roma. Magari la prossima primavera, annunciata per tempo: non diventerebbe un “evento-non evento”?

Non si rivelerebbe anche elemento di attrazione turistica? Visitatori attratti dall’occasione unica di osservare città “sgombre” come in lockdown, ma senza il patema della pandemia (speriamo), disposti ad arrivare uno o due giorni prima, e quindi a restituire all’economia locale ciò che quella domenica di chiusura finirebbe per privare. Al tempo stesso, sarebbe una nuova (periodica?) occasione per far apprezzare agli abitanti il valore di ciò che vivono. Che c’era un tempo in cui il driver dominante non era solo quello di tenere aperto sempre e vendere tutto il vendibile, incuranti di ogni effetto collaterale. Un tempo in cui i borghi erano soprattutto luoghi di socializzazione e crescita personale, più che di consumo. E che giorno dopo giorno di questo Terzo millennio, con l’incessante flusso antropizzato, rischiamo di cancellare.


Pubblicato su RadioBullets


martedì 12 maggio 2020

L’ECONOMIA DI BACI E ABBRACCI

Qualche settimana fa avevamo colto l’occasione per applicare l’approccio Radio Bullets ai dati epidemiologici sul coronavirus. Ovvero, per “bucare il silenzio” in cui forse troppo spesso molti media relegano la comparazione dei dati italiani con quelli relativi alla situazione nel resto del mondo. Ci eravamo limitati all’Europa, in particolare, notando come il confronto tra la ‘conta” dei contagiati rischia di essere falsato se non si considera anche la frequenza e il modo con cui questa “conta” avviene, cioè le densità di test sulla popolazione, espressa in particolare con il numero di test effettuati ogni 1.000 abitanti.

Torniamo a dare un occhio ai dati d’insieme del continente Europeo, come elaborati anche in questo caso da OMS Europe e Ourworldofdata. Rispetto alla volta precedente, si nota come siano entrati in scena – loro malgrado – paesi che in precedenza era stato poco più che lambiti dal virus: su tutti Russia, Regno unito e – in misura minore – Turchia.

Quanto dipende dalla densità di tamponi questa variazione di scenario?

Dal grafico seguente potremmo dedurre che la Russia oggi registra più casi anche perché probabilmente ne effettua di più rispetto a un mese fa. Molto più del Regno Unito e della Turchia, ad esempio; anche di Germania, Francia e Spagna, che pur figurano da tempo tra i paesi intensamente colpiti dal virus; e anche della Svezia, che nelle ultime settimane è stata motivo di discussione per la strategia molto poco restrittiva.


L’Italia figurava e figura tutt’ora tra i paesi a maggior densità di tamponi, Al 9 di maggio facevano di più solo Portogallo e Danimarca, su scala europea. E’ del resto, anche una delle nazioni più provate dal “case fatality rate”, ovvero dalla frequenza con cui i decessi seguono l’accertamento del contagio: più della media del continente, come del resto fa la stessa Svezia, la Francia e l’Olanda.



Come già il mese scorso, resta in piedi l’impressione che il quadro effettivo dei contagi sarebbe diverso se tutti i paesi effettuassero tamponi con la stessa intensità. Non solo: a farci prendere con le molle i dati che riguardano l’epidemia dovrebbe indurci anche la constatazione che rilevazione e diffusione dei dati non seguono le stesse identiche dinamiche.

Diffusione e intensità del virus

Tra le poche certezze continua ad essercene una, che in realtà è…un’incertezza: la diffusione e l’intensità del virus sono probabilmente frutto di svariati fattori, un negativo cocktail in cui l’incidenza di un ingrediente e dell’altro probabilmente varia – e anche di molto – da paese a paese.

Come anche altrove si sta mettendo in risalto, le misure di prevenzione variano presumibilmente di efficacia, passando da un contesto all’altro, e forse anche da un periodo all’altro. Di certo, molte di queste misure hanno cambiato pesantemente la quotidianità della popolazione, anche nei piccoli gesti. Anche quei gesti che per alcuni di noi hanno un grande significato: si pensi al non poter andare nei luoghi di culto per i praticanti delle religioni, siano essi cattolici o musulmani. Ma si pensi anche solo alle effusioni condivise con le persone più care.

A proposito di effusioni, tra gli epidemiologi c’è chi indica nella tendenza a “mantenere le distanze” diffusa in alcune società un importante fattore di prevenzione. Tra i paesi in cui la diffusione del virus per ora è stata piuttosto contenuta ci sono ad esempio Thailandia e India, dove normalmente le persone si salutano senza contatti, unendo i palmi delle mani come si fa nelle preghiere. Mentre in Giappone e in Corea del Sud le persone si salutano con un inchino, e avevano già l’abitudine di indossare spesso le mascherine in caso di malessere, anche prima del Cvirus. Come detto, la certezza è l’incertezza: ci sono anche paesi del Medio oriente dove l’abitudine di abbracciarsi e stringersi le mani è invece assai diffusa. Eppure finora i contagi sono rari.

Abitudini che cambiano

E però, se è vero che qualcosa dovremo pur imparare da questo periodo, al punto da cambiare possibilmente in meglio le nostre abitudini, qualche passo in questa direzione potremmo iniziare a compierlo. Magari proprio ora, con una fase 2 al debutto e – si spera – una fase 3 all’orizzonte. Magari cominciando proprio da baci, abbracci, strette di mano. Che sono un diritto ed un valore inestimabile quando sono scambiati sinceramente con persone per le quali proviamo qualcosa. Ma che troppo spesso sono anche espressione di un convenevole gratuito, e poco più.

Pensiamoci un attimo: fino al mese di febbraio 2020, quante strette di mano puramente formali eravamo abituati a scambiarci, nell’arco della settimana? Quanti baci sulla guancia più o meno distaccati e finti, messi in atto alla vista di parenti di ennesimo grado, o di conoscenti cui fingevamo di sorridere? Quante di tutte quelle effusioni erano realmente sincere, e quante indotte da convenzione?

Se la maggior parte erano del secondo tipo, vuol dire che probabilmente abbiamo un grosso potenziale di miglioramento alla nostra portata. Quando tornerà ad essere consentito e gradito scambiarci effusioni, facciamone economia. Concentriamoli sulle persone e le occasioni realmente “vicine”. Limitiamoci quando possibile ad esprimere i nostri sentimenti con la faccia o anche solo con gli occhi, come ci siamo allenati a fare in queste settimane. Così facendo non è detto che limiteremo nuovi contagi, ma saremo probabilmente più sinceri. E se un domani, sfortunatamente, dovessimo tornare ad indossar mascherine, ci costerà meno farlo.


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sabato 18 aprile 2020

IL VIRUS E L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DEI NUMERI

 



Un dato preso da solo è un numero. Un dato messo in relazione con un altro può diventare informazione, spunto di ragionamento, conoscenza. Da quando è cominciata l’emergenza Covid-19, la gran parte dei cittadini della gran parte dei paesi del mondo recepisce giornalmente nuovi dati su 4-5 ordini di grandezze in particolare: numero di contagi, ricoveri in terapia intensiva (o dimissioni), decessi, guarigioni. Questi dati di per sé possono dire poco o tanto, ma sono molto più significativi se messi in relazione con altri pertinenti.

Ad esempio: io posso essere più allarmato o confortato se giorno dopo giorno vedo crescere gli indicatori negativi (contagi, ricoveri, decessi) o quelli positivi (dimissioni, guarigioni) relativi al territorio in cui vivo. Ma l’allarme o il conforto possono essere amplificati o sminuiti se ho modo di confrontare questi indicatori con gli stessi misurati in altri territori. E se i criteri di misurazione sono attendibili, e omogenei.

Prendiamo una delle grandezze in questione: i contagiati totali.

A metà aprile 2020, quella nell'immagine era la situazione italiana messa a confronta con il resto dell’Europa (fonte World Health Orgnization – Europe).

I dati resi noti alla stessa data dall’ European Centre for Disease Prevention and Control, e aggregati da Ourworldindata, evidenziano però che non tutti i paesi fanno tests (tamponi) con la stessa intensità. Anzi: in Norvegia, Germania e Italia la densità di test ogni 1000 abitanti, ovvero il tracciamento dei contagi risulta molto più intenso che nel resto dei paesi europei:

E’ evidente che ai nostri occhi (di chi li legge) i dati assoluti sul contagi assumono un valore diverso, se siamo a conoscenza o meno di questo aspetto.

Eppure i bollettini quotidiani sono diramati senza esser corredati sistematicamente di queste avvertenze. Anche le altre grandezze che quotidianamente vengono aggiornate andrebbero probabilmente corredate di specifiche avvertenze, per la loro corretta interpretazione. Non entriamo per il momento nel loro merito, e ci fermiamo qui, lasciando uno spunto di riflessione per chi ci legge: come altri hanno scritto in questi giorni (ad esempio Daniele Frongia sul Fatto Quotidiano, il 16 aprile), non sarebbe il caso di coinvolgere maggiormente esperti nella lettura di dati (tipo i sistemi statistici nazionali) e nella loro comunicazione? E non sarebbe il caso di armonizzare realmente questi dati su scala internazionale, vista la loro rilevanza per l’opinione pubblica?


Pubblicato su Radiobullets