lunedì 14 ottobre 2013

La moneta, la cultura e un popolo senza più pietre

In questa Italia dove si continuano a svendere all'estero pezzi che un tempo significavano sviluppo e lavoro per migliaia di persone, si continua anche ad indicare la cultura come uno dei cosiddetti 'asset' sui cui costruire barlumi di ripresa. Il nobile fine ha da qualche giorno anche una fresca vernice normativa , ovvero un Decreto a firma del Ministro Bray che dovrà dimostrare nei mesi a venire di essere più ricco di contenuti pratici (ad esempio gli incentivi al cinema ed agli enti lirici) che lacunoso su altri aspetti da esso non toccati.

Staremo a vedere. Nel frattempo, c'è dell'altro. Rimettendo in fila un po' di fatti degli ultimi anni, mi è apparsa più volte verosimile l'obiezione di chi osserva come lo 'sviluppare futuro tramite la cultura' sia stata molto spesso interpretato nel senso di monetizzare tutto ciò che sotto una parvenza culturale potesse far scena (e soldi). Si possono leggere in questo senso l'assegnazione di ruoli strategici nel settore a persone di curriculum e visione spiccatamente aziendalista, oppure la sovrapposizione del concetto di turismo a quello di cultura, come fossero la stessa cosa.

Ieri in libreria ho sfogliato un libro uscito da poco, “Le pietre al popolo”, a firma Tomaso Montanari. Per ragioni contingenti non l'ho comprato, ma oltre allo stupore per certi fatti citati in quarta di copertina, relativi all'uso 'anomalo' di siti culturali a Milano Napoli o Firenze, ho scorso un eloquente capitolo primo, intitolato “l'eclissi di Siena”, e dedicato in particolare a come di fatto la città abbia messo in mano ad altri già da tempo la gestione di uno dei suoi tesori più ammirati (e sacri), l'acropoli, e di come anche il resto del patrimonio artistico sia inclinato verso la stessa direzione. Leggendolo con attenzione credo vi si possano trovare richiami evidenti non solo a tutto quanto di più nefasto e appariscente compromette l'immagine di questa città da un paio d'anni almeno, ma anche a quella monetizzazione spinta della cultura (a all'impoverimento della sua ragion d'essere) che sembra caratterizzare l'Italia un po' tutta, e probabilmente non solo.

A che deve servire, tutto ciò che è 'cultura'? “Ad elevare le élite” disse qualche tempo fa Philippe Daverio. Ovvero, per come l'ho intesa io, a porre le basi per stimolare idee nuove nelle persone (chiunque esse siano) capaci di creare un futuro migliore per sé e per la comunità (le 'culture') in cui vivono. Se questa funzione viene meno, quel che resta è solo la pronta cassa (per pochi, magari); e quando finisce questa, senza uno scenario immaginato per tempo, rischia di esserci il nulla. O magari, solo un terreno fertile a buon prezzo per colonizzatori esteri.