In questa Italia dove
si continuano a svendere all'estero pezzi che un tempo significavano
sviluppo e lavoro per migliaia di persone, si continua anche ad
indicare la cultura come uno dei cosiddetti 'asset' sui cui costruire
barlumi di ripresa. Il nobile fine ha da qualche giorno anche una
fresca vernice normativa , ovvero un Decreto a firma del Ministro
Bray che dovrà dimostrare nei mesi a venire di essere più ricco di
contenuti pratici (ad esempio gli incentivi al cinema ed agli enti
lirici) che lacunoso su altri aspetti da esso non toccati.
Staremo a vedere. Nel
frattempo, c'è dell'altro. Rimettendo in fila un po' di fatti degli
ultimi anni, mi è apparsa più volte verosimile l'obiezione di chi
osserva come lo 'sviluppare futuro tramite la cultura' sia stata
molto spesso interpretato nel senso di monetizzare tutto ciò che
sotto una parvenza culturale potesse far scena (e soldi). Si possono
leggere in questo senso l'assegnazione di ruoli strategici nel
settore a persone di curriculum e visione spiccatamente aziendalista,
oppure la sovrapposizione del concetto di turismo a quello di
cultura, come fossero la stessa cosa.
Ieri in libreria ho
sfogliato un libro uscito da poco, “Le pietre al popolo”, a firma
Tomaso Montanari. Per ragioni contingenti non l'ho comprato, ma oltre
allo stupore per certi fatti citati in quarta di copertina, relativi
all'uso 'anomalo' di siti culturali a Milano Napoli o Firenze, ho
scorso un eloquente capitolo primo, intitolato “l'eclissi di
Siena”, e dedicato in particolare a come di fatto la città abbia
messo in mano ad altri già da tempo la gestione di uno dei suoi
tesori più ammirati (e sacri), l'acropoli, e di come anche il resto
del patrimonio artistico sia inclinato verso la stessa direzione.
Leggendolo con attenzione credo vi si possano trovare richiami
evidenti non solo a tutto quanto di più nefasto e appariscente
compromette l'immagine di questa città da un paio d'anni almeno, ma
anche a quella monetizzazione spinta della cultura (a
all'impoverimento della sua ragion d'essere) che sembra
caratterizzare l'Italia un po' tutta, e probabilmente non solo.
A che deve servire,
tutto ciò che è 'cultura'? “Ad elevare le élite” disse qualche
tempo fa Philippe Daverio. Ovvero, per come l'ho intesa io, a porre
le basi per stimolare idee nuove nelle persone (chiunque esse siano)
capaci di creare un futuro migliore per sé e per la comunità (le
'culture') in cui vivono. Se questa funzione viene meno, quel che
resta è solo la pronta cassa (per pochi, magari); e quando finisce
questa, senza uno scenario immaginato per tempo, rischia di esserci
il nulla. O magari, solo un terreno fertile a buon prezzo per
colonizzatori esteri.