domenica 26 aprile 2015
No profit. Yes money?
Fundraising: raccolta fondi, tradotto in 'soldoni', ovvero tutto ciò che ha la finalità di raccogliere denaro per una causa specifica. Di soldi si parla insomma, che poi è sostanzialmente quello che fanno le banche (la cosiddetta 'raccolta', appunto), o alla fine dei salmi ogni impresa che deve assicurarsi soldi per continuare ad operare.
Non di soli soldi, tuttavia, può esser fatta un'impresa: servono anche tecnologie, conoscenze, professionalità e quindi persone (da una a migliaia, a seconda dei casi), senza le quali l'attività finalizzata al reddito non può stare in piedi. Se questo vale per le iniziative 'profit', a maggior ragione ha ragion d'essere per tutto ciò che è no profit, anche quando ci si rivolge al 'mondo' per ottenere sostegni (“fund”) in senso lato. E quindi: se una onlus che si rispetti dev'essere ben attrezzata per cogliere al volo ogni donatore intento a spostare la mano dal cuore al portafoglio, dovrebbe esser chiaramente pronta anche a valorizzare le energie di chi magari non riesce o non vuole contribuire alla causa economicamente, ma è ben disposto a farlo con testa mani voce o quant'altro di 'suo', se ne ha le caratteristiche adatte.
Qualche piccola esperienza personale mi dice che non sempre va così. All'inizio dell'autunno 2014 mi era tornata in mente una iniziativa di cui avevo letto con interesse sul trimestrale on line di Amnesty international: si chiama “write for rights” e prende in prestito il concetto della maratona per stimolare una raccolta firme da aprire e chiudere in circa due settimane, a sostegno di alcune vittime emblematiche di violazione dei diritti umani,sparsi nel mondo.
Avevo letto che nel 2013 l'iniziativa si era svolta a dicembre: uno spunto valido per dare un taglio originale e 'concreto' ai messaggi augurali in vista delle festività di fine anno. Decido di approfondire, e magari di mettermi a disposizione per far riuscire meglio la cosa. Vado sul sito di Amnesty, cerco un indirizzo mail pertinente e scopro l'esistenza delle sezioni locali dell'associazione: opto quindi per inviare un messaggio alla sezione della mia città.
Passano neppure tre giorni e mi risponde il responsabile della sezione stessa. Mi informa che la sezione si riunisce settimanalmente, previa cena nell'abitazione del responsabile stesso: la prossima, a cui vengo invitato, è in programma la sera stessa. La mail è inviata in copia anche a tutti i partecipanti al desco settimanale. Sorpreso positivamente per l'accoglienza, ringrazio e mi scuso per non poter intervenire quella sera, confidando di recuperare nella prossima occasione. Che però non arriva.
Nelle settimane seguenti mi giungono per conoscenza messaggi mail che alcuni membri della sezione si scambiano, senza specificare nuove occasioni di incontro né indicazioni per il sottoscritto. Dopo un paio di settimane chiedo ragguagli al responsabile di sezione: nessuna risposta.
Decido allora di fare da me, per quel poco che potrà essere. Dal sito di Amnesty deduco che Write for rights 2014 sarà in programma fino al 21 dicembre. Mi lascio un paio d'ore la sera di venerdì 19, e inserisco il layout dell'iniziativa nella mia versione personale di auguri da inviare ai miei contatti, aggiungendo anche un link alla pagina tramite cui aderire alla raccolta firme.
Qualche giorno dopo torno sul sito di Amnesty e leggo con piacere che la campagna ha raggiunto gli obiettivi prefissati per l'Italia. Scrivo di nuovo al responsabile di sezione della mia città, condividendo la soddisfazione e facendo anche a lui i miei personali auguri. L'interlocutore torna a rispondermi: mi scrive che la mia precedente mail era finita nello spam, e mi preannuncia che a gennaio tornerà a coinvolgermi. Cosa che non avviene: né a gennaio, tanto meno nei tre mesi scarsi trascorsi fino a oggi.
Ora: non posso escludere che Amnesty abbia ritenuto il sottoscritto privo delle caratteristiche idonee per fare alcunché tranne la mera offerta di soldi, anche se mi chiedo come una valutazione del genere possa basarsi su un paio di mail da due righe l'una, improntate peraltro su toni di cortesia. Comunque sia, se anche fosse, forse sarebbe stato più coerente – ed efficace, in termini di fundraising – esprimerlo in modo chiaro e civile. Così non è andata. Il risultato, nel mio caso, è che non smetterò certo di seguire Amnesty e appoggiare idealmente le cause che promuove; probabilmente però, qualche euro potenzialmente destinato a loro prenderà altre destinazioni.
Quello con Amnesty peraltro non è l'unico episodio di approccio 'incompiuto' al no-profit: nel 2013, la disponibilità a partecipare come volontario non specializzato ad eventuali campagne di scavo, manifestata ad un'associazione archeologica (l'unica risultata potenzialmente attiva nel mio circondario, dopo mesi di vane ricerche), fu tramutata nella richiesta di improvvisarmi programmatore web per restaurare...il sito internet: un tentativo culminato in una inevitabile resa, dopo qualche settimana. Più recentemente, il “ci sentiamo presto” del responsabile di un'associazione di volontari per la protezione civile ha avuto come seguito il nulla.
Per fortuna non è sempre andata così. Ho avuto esperienze dirette con altre associazioni che hanno ben accolto ciò che con buon senso ero in grado di offrire, e conosciuto altre che mettono bene in chiaro come quando si può (o non si può) partecipare alle attività: l'ultima di queste pochi giorni fa. E' evidente che la maturazione del mondo no profit passa anche per una crescente preparazione di chi vi porta energie, in modo più o meno spinto a seconda dei settori; è altrettanto vero che dalla reception di queste energie (e non solo dei loro 'funds') passa in misura non marginale la lungimiranza dell'azione no profit. O almeno, così sembra a me.
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