Tra le tante
sfaccettature della critica fase in cui questa parte di mondo si
ritrova ultimamente, c'è la recrudescenza dell'accattonaggio. O, in
altre parole, della discesa di singoli e famiglie sotto la soglia
della povertà. E quindi, soprattutto, delle situazioni reali in cui
queste persone si ritrovano giorno dopo giorno. E poi, in seconda
battuta, dello sconforto in cui si ritrovano quelli che hanno sempre
pensato che l'elemosina 'per strada' di per sé non fosse la
soluzione bensì un circolo vizioso, aspettandosi che la 'comunità'
(servizi sociali in primis) si organizzassero sempre meglio per
provvedere in modo efficace a questo tipo di esigenze.
Girare per le strade
di una media città italiana di questi tempi sa quasi di epitaffio
per questo tipo di visione. E coltiva il rimorso per le tante volte
in cui hai pensato meglio dar due spiccioli agli artisti di strada
piuttosto che al mendicante che nulla esibisce salvo la sua mano
tesa; perché a lui, pensavi, doveva provvedere lo Stato e non il
racket dell'accattonaggio che magari gli stava dietro. E che era
meglio mettere insieme un po' di spiccioli e in capo a un po' di
tempo destinare una cifra un po' più corposa ad un ente no profit
che direttamente o indirettamente poteva agire per attenuare il
disagio sociale generale, compreso quello di chi tendeva la mano al
semaforo.
Letta Repubblica di
oggi, laddove racconta delle complicazioni che sono state introdotte
nel meccanismo di erogazione dei fondi europei per il sostegno ai
meno abbienti, e del ritardo accumulato quest'anno dall'Italia per
potervi attingere, lo sconforto si si allarga ancora di più. Però
negli ultimi giorni è uscito anche un articolo su Pagina99, secondo
il quale un'idea innovativa di cui avevo letto qualche tempo fa
chiamata Housing First, pare si stia lentamente concretizzando anche
in alcune parti d'Italia. In sintesi Housing First sostiene l'idea
che assegnare una minima dimora fissa ad un senza tetto nel lungo
periodo consente allo stato di risparmiare cifre vicino al 100 per
cento della spesa sociale per il suo mantenimento. Conosco una
persona che agli homeless dedica diverse ore del suo tempo, nel Sud
Italia. Mi dice che questo sistema è complicato, ma potrebbe
funzionale. E che loro, a modo loro, hanno iniziato ad attuarlo a
beneficio di due persone. Con risultati incoraggianti. Speriamo.
Immagine: "homeless", Rik Reimert.
Negli ultimi anni ci
sono stati sempre un paio di periodi all'anno nei quali mi sono
trovato 'costretto' ad assistere integralmente ai tg delle 20: a
volte il Tg1, altre il Tg5. Certi giorni si raddoppia, e mi toccano
anche quelli delle 13.
Il lato positivo della
cosa è che questa 'dieta' rigenera i miei anticorpi per il resto
dell'anno. Quello negativo è che tra gli spettatori vicino a me c'è
anche qualche bambino, ed in particolare mio figlio.
L'ultima dieta in
ordine di tempo, a fine agosto, ci ha proposto per più e più giorni
dettagli più o meno minuziosi sugli sgozzamenti operati in Iraq
(Isis) o in Italia (cronaca nera), oltre a numerose repliche delle
docce gelate pro-Sla da parte di politici e vip, lunghi
approfondimenti su ciò che di solito precede o segue i tg (ovvero:
il Meteo) e ampie anticipazioni sulla imminente stagione calcistica.
Il Tg5, in particolare, mi è parso più di una volta una sorta di
'farcitura' per mezz'ora di spot pro-Premium calcio.
Da tempo in tante
case italiane – la nostra tra queste – all'ora di cena si mangia
e si parla senza tv accesa, al più con la radio di sottofondo. La
maggior parte delle famiglie, tuttavia, scandisce i ritmi del pasto
con il telecomando. Poco male se la scelta cade su cartoni e Violette
varie; se s'impone il Tg delle 20, però, il discorso è diverso.
Resto convinto che schiaffare su occhi e menti di un pre-adolescente
tutto ciò che passa quel convento contribuisca ben poco a farne un
potenziale cittadino civile, domani.
E' utopistico
aspettarsi che certe famiglie rinuncino al tg serale. Forse potremmo
ambire a farle optare per un notiziario più adatto agli occhi di un
bambino. Se solo ce ne fosse. Con il digitale terrestre la Rai
(“servizio pubblico”) è arrivata ad offrire dieci canali in
chiaro, senza tener conto dei due sportivi. Perché non azzardare su
uno di questi canali un tg delle 20 impaginato in tal senso? Dove
magari si dia pure la notizia dei morti per mano dell'Isis, ma si
eviti di enfatizzare il particolare della decapitazione, giusto per
fare un esempio?
Tra i miei 'amici' da
social network figura una redattrice di un Tg nazionale Rai. Giorni
fa le ho scritto per sapere che ne pensa. Non ha risposto, per ora
almeno. Peccato.
Sempre più presi
dalle grane personali – spesso molto serie – e disorientati
dall'alternarsi di emergenze da prima pagina che i media propongono,
in questo Paese diventa sempre più difficile soffermarsi più di un
batter di ciglio su ognuno di questi drammi collettivi, perlomeno per
provare un minimo ad essere costruttivi e non solo compassionevoli.
La brutta stagione (quella ufficiale, perché anche l'estate
quest'anno per molti è stata tale) ridimensionerà per cause
naturali la frequenza di sbarchi di aspiranti immigrati o rifugiati
che soprattutto le coste meridionali dell'Italia hanno subito nel
2014. A fine agosto mentre l'Italia e l'Europa annunciavano in tandem
(ma senza scendere troppo nei dettagli) la revisione del sistema
'Frontex', il numero dei morti in acque italiane, annegati sopra o
sotto i barconi, aveva già raggiunto quota 1.600 (mille e seicento).
Due giorni fa (stima Unhcr) già arrivata a 2.500
(duemilacinquecento).
Sono convinto che la
soluzione non possa essere quella di organizzarsi per accogliere al
meglio 'chiunque arrivi', perché realisticamente non è in
condizioni per assorbire dignitosamente a oltranza questi carichi di
fuggiaschi. La vera soluzione sarebbe quella di rimuovere nei paesi
d'origine le ragioni che inducono tante persone a fuggire: impresa
improba, ma questo è.
Detto questo, credo
che snellire le procedure di concessione del diritto d'asilo, e far
si che il resto dell'Europa adotti lo stesso modus operandi richiesto
all'Italia (e non come l'Austria che respinge i rifugiati alla
frontiera) sono migliorie di percorso che sarebbe opportuno
conseguire. Assieme al superare tanta retorica xenofoba accompagna i
dibattiti politici intorno a questo tema. E cercare di prendere il
buono che c'è da questa situazione, quando c'è.
Ad esempio: in Italia
ci sono circa 6mila i paesi fantasma, abbandonati
o a rischio di abbandono. Alcuni muoiono senza colpo ferire, e amen.
Altri sperimentano qualcosa per opporsi al destino segnato: ad
esempio, cercando di creare le condizioni perché non-italiani (i
rifugiati, appunto) accettino di abitarli, anche in condizioni in cui
gli italiani non accetterebbero più di farlo; e così facendo, si
oppongono concretamente all'oblio del centro abitato. Anni fa ho
toccato con mano la validità di questo modello a Riace,
dove tutt'ora mi pare che sostanzialmente funzioni: quest'anno mi è
saltato agli occhi il caso di Acquaformosa,
una storia che appare altrettanto valida, anche se non verificata
direttamente sul posto. Ho letto anche di Asciano, che pare stia
beneficiando dall'aver attratto gli studenti cinesi che per 6 mesi
all'anno frequentano l'Università per stranieri a Siena.
I custodi
dell'identità italica (o cattolica) hanno buon gioco nel
contrapporre a queste soluzioni la minaccia che portano in seno verso
la conservazione della nostra civiltà, o verso l'occupazione (e
quindi la sussistenza) della popolazione. Credo che la crisi
occupazionale di quest'epoca, in Italia, abbia ben poco a che fare
con gli sbarchi di immigrati; con la concorrenza sleale da parte di
certi paesi (Cina su tutti, tanto per esser chiaro), magari sì; ma
questo è un altro discorso.
Concordo piuttosto sul
fatto che tra le migliaia di persone che arrembano l'Europa dal sud
del mondo ve ne siano anche diverse che lo fanno con l'ambizione di
sovvertire il nostro modo di vivere, imponendoci la sharia o altre
amenità assurde. Eppure se la civiltà occidentale, o meglio ancora
'europea' un primato ha conseguito nel tempo è stato quello
costruito sulla base della ragione, ovvero del permettere ad ogni
pensiero di confrontarsi liberamente con l'altro. Il punto più alto
della storia di questo continente, assieme al Rinascimento, è stato
l'illuminismo: non certo le Crociate, a cui alcuni 'europei' oggi
vorrebbero tornare a far ricorso. E il non esser riuscito ad imporre
questo concetto al resto del mondo, perché diventasse un punto
fermo per qualsiasi popolazione, è stato di fatto la sua sconfitta.
Continuare a voler
essere italiani, e europei, nel senso migliore del termine, non può
che significare insistere sulla sfida della civile convivenza,
cercando di essere più forti dei rischi che essa comporta.
L'alternativa sono le crociate, ovvero quello che fomentano per parte
loro Isis, Al Qayda e tutti i fanatici o scaltri che agiscono dietro
il paravento delle 'guerre sante'.
Quando possibile,
preferire l'umano. Il pane fatto a mano anziché confezionato, il
libraio anziché amazon, e così' via: quando possibile e
sostenibile, anche economicamente. Il concetto vale anche per la
visita guidata ad una mostra. Perché la spiegazione di un'
audioguida, per quanto completa ed efficiente, non può essere
quella 'live' di una storica dell'arte, che mentre spiega attinge
alla sua passione, e che magari presta orecchio alle tue curiosità e
richieste di approfondimento. Almeno, di solito.
Ci sono le eccezioni.
Quella di un sabato pomeriggio 2014 alla Scuderie del Quirinale di
Roma, ad esempio, dov'è allestita la mostra su Frida Kahlo. Visita
guidata delle 16.30, quindici partecipanti, 4 euro a testa per circa
60 minuti di percorso. In testa al gruppo una giovane storica
dell'arte (lo dichiara presto e giustamente), lieve accento
meridionale, sorridente e gradevole nei modi.
Preparata certo, anche
troppo. Il giusto preambolo sul contesto storico e familiare che
accompagnò vita e opere dell'artista messicana tracima presto in un
monologo ininterrotto di retroscena, a volte pertinenti altre
didascalici. L'approfondimento sulle opere esposte resta in secondo
piano. Tra una spiegazione e l'altra non c'è quasi attimo di tregua,
e si dileguano non solo la possibilità di chiedere qualcosa, ma
soprattutto quella di fermarsi un attimo a 'respirare' l'opera
esposta oltre il tempo dettato dalla guida incaricata. La durata del
percorso scema ben oltre i 60 minuti previsti, e consci delle
sforamento si osservano le ultime due sale ad un ritmo quasi di
cavalleria. Così alla fine, se il visitatore non si è tenuto di
scorta una mezz'ora buona del suo tempo personale per 'riparare', si
va via dalla mostra non solo senza averne assaporato a pieno il
valore, ma anche senza aver goduto un minimo dello splendido panorama
sulla Capitale che le Scuderie riservano al momento di ridiscendere
le scale.
D'altronde scegliendo
l'umano si sceglie anche il suo 'errare'. E tutto si tiene.
Allargando il campo di
visuale, la querelle del Santa Maria della Scala potrebbe esser
liquidata come questione strettamente locale, propria di una
'comunità' che avrebbe fatto a gestirla più saggiamente e per
tempo, e che in essa rischia di avvitarsi nuovamente se continuerà a
trattarla in funzione di tornaconti politico-elettorali, come forse
sta avvenendo in questi giorni.
Peggio per Siena, se
così è dunque. Ma quella di un equilibrato rapporto tra soldi
privati e patrimonio pubblico è invece questione d'interesse della
nazione tutta: Salvatore Settis su Repubblica nei giorni scorsi
invitava a distinguere tra capitali privati 'furbi' e quelli che si
avvicinano alla cultura con visione lungimirante, sia per sé che per
la comunità, invitando ad adottare norme che incentivino questi
ultimi a scapito dei primi. Pare che ci sia bisogno, perché di siti
espositivi dove questo rapporto è squilibrato sembrano essercene
diversi, da nord a sud.
Sperare che mani sagge
intervengano non costa nulla. Intanto, però: la detraibilità delle
spese per l'acquisto di libri, annunciata dal Governo a fine 2013, è
sparita. E l'insegnamento della storia dell'arte nelle scuole
superiori, stando all'attuale Ministro dell'Istruzione, tornerà ad
aumentare nei soli licei classici, mentre negli istituti di
formazione turistica continuerà ad essere dispersa. Ma non era
l'arte uno dei principali motivi di attrazione di questo Paese?
Come buona parte dei
più enfatizzati provvedimenti governativi degli ultimi anni, a
distanza di quattro mesi il Decreto Bray sulla cultura zoppica in più
parti per mancanza di altri provvedimenti attuativi. I mesi trascorsi
non hanno smorzato l'attualità degli interrogativi sulla
'monetizzazione spinta' della cultura in Italia; parallelamente, tra
le buone pratiche del made in Italy che funzione si è ulteriormente
affermata quella di Oscar Farinetti e della sua Eataly,
I due temi si sono
affiancati negli ultimi giorni a Siena, dove più d'uno annuncia come
prossimo lo 'sbarco' del concept store farinettiano all'interno del
complesso museale Santa Maria della Scala. Tomaso Montanari, qui
citato in precedenza, ne ha messo all'indice la prospettiva con un
articolo su Il Fatto, suscitando repliche più o meno indignate nella
città.
Se non ricordo male,
quando il futuro dell'ex spedale senese era un grandioso progetto
tutto da costruire, la presenza di esercizi commerciali era
contemperata al suo interno al pari (o meglio, in armonia, per quanto
possibile) con la sua esposizione e produzione culturale. Che
mirabili opere d'arte possano coabitare con bookshop e punti ristoro
lo testimoniano centinaia di sedi espositive in tutto il mondo, dalle
più prestigiose in giù. Anche questa potrebbe essere (molto più
dell'ipotetico 'museo del Palio', ad esempio) una componente per fare
del SMS quello che dovrebbe essere, ovvero un centro culturale
'vivo'.
Il punto credo non sia
se questa debba o meno avvenire, piuttosto il 'come': valutare se
Eataly è adatto a piazza del Duomo di Siena non dovrebbe
prescinderne dal conoscere prima maggiori dettagli sullo (eventuale)
specifico progetto. Un conto è se la parte food diventasse una
componente 'mite' in un contesto ricco anche di altre attrattive, un
altro se questa divenisse l'unica ragione, o la più vistosa, per
frequentare il complesso.
E' illusorio pensare
che la produzione culturale in questo paese possa prescinderne dal
'fare patti' con varie forme di sostentamento. Ma è anche vero che
nel momento in cui la si svende non è più cultura, o quanto meno
non nel senso in cui per lungo tempo l'Italia ne ha fatto un vanto
agli occhi del mondo. Difronte e vicino al Santa Maria della Scala ci
sono esempi sintomatici, a mio avviso, di come questo dovrebbe o non
dovrebbe avvenire.