domenica 7 ottobre 2018

Roma, Riace, l'etica e le sigarette




Il rispetto della legge è la pietra angolare di una convivenza tra più persone in una collettività che possa dirsi civile. Ed ogni deroga all’applicazione della legge più alimentare quella percezione per cui “tutti sono uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri” che, goccia dopo goccia, mina la disponibilità delle persone civili a rinunciare ad un po’ della propria libertà personale per godere assieme agli altri di quella collettiva.

Il rischio di alimentare questa percezione è insito nell’atteggiamento di chi in questi giorni per slancio emotivo si schiera deliberatamente dalla parte di Mimmo Lucano, sindaco di Riace agli arresti domiciliari. E’ un rischio che ne porta dietro un altro, che è anzi una certezza: quello di portare argomenti a chi non aspetta altro che l’occasione per denigrare persone come Lucano, e tentativi di integrazione come quelli messi in atto in quel borgo di Calabria.

Tenere conto di questo rischio non vuol dire necessariamente voltarsi dall’altra parte. Può richiederci, magari, di provare a fare un ragionamento più articolato, e non semplicemente istintivo.

Ho letto su un quotidiano questa settimana un’osservazione che ci ricorda come, in ogni comunità, accanto alla giustizia penale o amministrativa ne esista una di tipo “etico”, diffusa nelle menti o nella pancia delle persone. E non necessariamente queste due giustizie sono sempre allineate sullo stesso punto. Anzi: capita – e nella storia è capitato spesso – che la seconda si porti avanti rispetto alla prima, e dopo qualche tempo (a volte anche molto lungo) la prima si riallinei alla seconda, attraverso i necessari atti di legge.

Formalmente, le ‘leggi razziali’ introdotte in Italia erano leggi; era legge l’apartheid in Sudafrica fino al 1992; era legge quella che imponeva ai locali pubblici italiani di consentire ai clienti di fumare, fino ai primi anni Duemila. Lo scorrere del tempo ci ha poi dimostrato come quella legge (penale, o amministrativa) fosse in ritardo rispetto a quella etica (di quel paese, o del resto del mondo); e come infatti chi fa leggi abbia dovuto recuperare il tempo perduto.

Formalmente (se sarà riconosciuto colpevole) Mimmo Lucano oggi sta infrangendo la legge, almeno in parte. E’ abbastanza verosimile però che se lo ha fatto, ciò sia stato per ovviare ad un quadro normativo che nel complesso si fa beffe della condizione umana di persone a cui difficilmente si può contestare lo stato personale di bisogno; ed è anche verosimile che il Sindaco di Riace non abbia agito per tornaconto o guadagno personale, come invece avviene nelle gran parte dei casi di reato. Forse oggi la sensazione di giustizia etica di buona parte degli italiani riesce a fare questo distinguo, a differenza di quello che formalmente fa (o farà, in sede di processo) la giustizia penale. E se è cosi, bisognerà che quanto prima chi fa le leggi si renda conto di questo distacco, e a questo provveda.

A proposito del diverso atteggiamento nell’atto di compiere un reato: tra le tante esternazioni. l’attuale Vicepresidente del Consiglio italiano si è espresso in questi mesi su due arresti eccellenti. Lo scorso mese di giugno su quello di un imprenditore coinvolto nell’inchiesta sul nuovo stadio di Roma, definendolo una brava persona e augurandosi che la giustizia possa presto scagiornarlo. Questa settimana sull'arresto di Lucano, dicendosi “sempre dispiaciuto quando un uomo libero viene arrestato”, ma chiedendosi subito cosa ne penseranno i detrattori della sua politica sui migranti. Per certi versi, comparare questi due casi mi ricorda quello di due condannati su cui la gente fu chiamata a scegliere chi sacrificare, un paio di millenni fa. E uno dei due mi pare si chiamasse Barabba.



Nota a margine
Sono stato a Riace nell’estate 2010, intervistando il Sindaco Mimmo Lucano per la rivista Mixa, che adesso non esiste più. Spero che ciò non abbia condizionato in negativo queste considerazioni. La foto è una di quelle scattate all'epoca sul posto.

lunedì 5 settembre 2016

DISGRAZIE DI MASSA: AIUTO O NON AIUTO?

Il tremendo terremoto del 24 agosto, l'ultimo di una lunga serie. Le rovine, i feriti, le salme. E poi i soccorsi, gli aiuti, i tweet. Gli sms solidali, i vip, le amatriciane solidali. La “gara di solidarietà”, gli italiani che ancora una volta gettano il cuore oltre l'ostacolo. Un coro di sensibilizzazione e azione. Nessuna voce fuori dal coro. O quasi.




“PER IL TERREMOTO NON DO NEANCHE UN EURO”
“E' l'ora di finirla con la moina
 del buon cuore e portafoglio
 dei cittadini contribuenti”?


Il titolo controcorrente spicca da un'articolo de L'eco del sud, condiviso da un mio contatto facebook tra i più recenti e perspicaci. L'affermazione è attribuita ad una persona per me sin qui sconosciuta, il presidente del movimento “Popolo partite Iva” Lino Ricchiuti. Che in estrema sintesi dice: è l'ora di finirla con la moina del buon cuore e portafoglio dei cittadini/contribuenti e che mettono la pezza a ciò che dovrebbe fare lo Stato, e non fa. Se non si interrompe questa inerzia non cambierà mai niente. Per questo stavolta ai terremotati non manderò un soldo, che ci pensi lo Stato.

Leggo l'articolo con calma, mi fermo un attimo a pensare, provo a immaginare come potrei sentirmi se mi trovassi a leggerlo al riparo di una tendopoli, dopo aver perso casa amici o familiari pochi giorni prima. E mi vengono i brividi.

Un attimo dopo, qualcosa mi impedisce di collocare facilmente e rapidamente il signor Ricchiuti tra le voci solitarie, e tra quelli che si meritano il girone più basso dell'inferno.


LE RACCOLTE FONDI E IL SOTTOSVILUPPO
“Inviare aiuti va sempre bene, 
o serve anche imparare a farne a meno?”

Quello di Ricchiuti è, secondo me, un ragionamento tagliato con l'accetta: per lo stesso principio che lui espone, dovremmo smettere di sostenere Save the children che cura i bambini in Siria perché “ci dovrebbero pensare la Siria a non esporre alla morte i suoi figli”; oppure la Lega del Filo d'oro perché “ai bambini con le malattie rare di dovrebbe pensare lo Stato”. E ci vorrebbe un buon cuore di pietra, credo, per dire in faccia ad uno sfollato di Pescara del Tronto che lui merita meno aiuti di quelli de l'Aquila, Modena, Colfiorito e così via. Ovvero, che a differenza di costoro deve pagare (di più, oltre a quello che ha già pagato in seguito al sisma) per colpe che probabilmente non sono sue.

Se al posto dell'accetta prendiamo invece un..taglierino, ovvero se usciamo dal comodo cliché del buonismo a tutti i costi, c'è qualcosa nel ragionamento di Ricchiuti che merita attenzione. E che vanta precedenti.

Dambisa Moyo è un'illustre economista africana. Qualche anno fa fece scalpore affermando che il suo continente doveva uscire dall'abbraccio consolatorio delle ONG, perchè questo non faceva altro che cronicizzare il suo status di zona del mondo in via di sviluppo, che allo sviluppo non arrivava mai.

Il più venduto tra i libri della storia umana cita ad un certo punto l'affermazione di un Signore che, rispetto al comportamento da tenere nei confronti di persone perennemente affamate, suggerisce di “non dare loro pesci, piuttosto insegna loro a pescare”.


L'ISOLA (LO STATO) CHE NON C'E'
“E se improvvisamente smettessimo di sostituire lo Stato
 in tutte le situazioni in cui da solo non basta”?

Il mondo che 'predica' il capo del “Popolo partive Iva”, quello in cui lo Stato provvede in pieno ai suoi compiti,è da tempo un mondo che non c'è; e stento a credere che potrà esserci in futuro. Chiediamoci: sarebbe pensabile mantenere i livelli attuali di assistenza sanitaria e pronto soccorso senza l'apporto di Misericordie, Pubbliche assistenze e tutto il restante volontariato di settore? Vogliamo credere che senza il Fai lo Stato avrebbe provveduto per suo conto a conservare e rendere fruibili tanti 'luoghi del cuore'?

Epperò: c'è modo e modo di essere d'aiuto. Posso fare 1, dici o 100 sms solidali: e poi, vada come vada. Posso essere un famoso attore americano di Grey's anatomy,che due giorni dopo il terremoto si precipita ad Amatrice, nelle ore in cui la Protezione civile dice agli italiani di non affollarsi nei luoghi del sisma; e visto che ci sono, mi faccio fotografare tra le rovine. Posso farmi ritrovare puntualmente in prima fila ad organizzare serate di beneficenza, ogni volta che c'è un emergenza, magari a favore di telecamera.
Premesso che pecunia non olet, e che i fondi così raccolto alla fine sono spendibili per una giusta causa al pari degli altri, questi sono alcuni dei tipi di sostegno che mi lasciano più perplesso.



AIUTI CIECHI O CONSAPEVOLI
“A volte basta un gesto. O no”?

Oppure: posso cercare di documentarmi su chi gestirà il mio aiuto, sulle sue credenziali e su come lo utilizzerà, prima di procedere materialmente a darlo. Posso tornare periodicamente a vedere se chi ha beneficiato del mio aiuto lo ha effettivamente impiegato in modo proattivo o assistenzialistico (rispetto ad una volta, oggi in questo internet aiuta molto). Posso magari dare nuovamente il mio aiuto, se nel frattempo ho ricevuto aggionamenti convincenti. Oppure verificare che il mio aiuto è stato sprecato, tenerne conto e magari spargere la voce.

Certo questi metodi non sono così immediati, e l'abitudine di una vita – o la presunzione di bontà incondizionata – non è semplice da correggere. Personalmente sto cercando di seguirli, ma per farlo ho avuto bisogno di anni. E di sforzarmi per andare oltre l'istintivo buonismo autoassolutorio che ti fa trasalire di fronte ad affermazioni come quella di Ricchiuti.

Per tornare in argomento, e chiudere: a mio avviso i terremotati del 2016 meritano aiuti privati al pari dei precedenti. E in questo caso quel che penso, io l'ho anche già fatto. Ma se è vero che in questi ultimi tempi per la prevenzione di certi disastri si è fatto (solo) qualcosa rispetto al secolo scorso (emblematico il caso di Norcia), e che molto resta ancora da fare, devo ammettere che la crescita di consapevolezza dell'opinione pubblica  passa più da scossoni come quello in oggetto, che non attraverso i selfie degli addolorati vip.


domenica 26 aprile 2015

No profit. Yes money?



Fundraising: raccolta fondi, tradotto in 'soldoni', ovvero tutto ciò che ha la finalità di raccogliere denaro per una causa specifica. Di soldi si parla insomma, che poi è sostanzialmente quello che fanno le banche (la cosiddetta 'raccolta', appunto), o alla fine dei salmi ogni impresa che deve assicurarsi soldi per continuare ad operare.

Non di soli soldi, tuttavia, può esser fatta un'impresa: servono anche tecnologie, conoscenze, professionalità e quindi persone (da una a migliaia, a seconda dei casi), senza le quali l'attività finalizzata al reddito non può stare in piedi. Se questo vale per le iniziative 'profit', a maggior ragione ha ragion d'essere per tutto ciò che è no profit, anche quando ci si rivolge al 'mondo' per ottenere sostegni (“fund”) in senso lato. E quindi: se una onlus che si rispetti dev'essere ben attrezzata per cogliere al volo ogni donatore intento a spostare la mano dal cuore al portafoglio, dovrebbe esser chiaramente pronta anche a valorizzare le energie di chi magari non riesce o non vuole contribuire alla causa economicamente, ma è ben disposto a farlo con testa mani voce o quant'altro di 'suo', se ne ha le caratteristiche adatte.

Qualche piccola esperienza personale mi dice che non sempre va così. All'inizio dell'autunno 2014 mi era tornata in mente una iniziativa di cui avevo letto con interesse sul trimestrale on line di Amnesty international: si chiama “write for rights” e prende in prestito il concetto della maratona per stimolare una raccolta firme da aprire e chiudere in circa due settimane, a sostegno di alcune vittime emblematiche di violazione dei diritti umani,sparsi nel mondo.

Avevo letto che nel 2013 l'iniziativa si era svolta a dicembre: uno spunto valido per dare un taglio originale e 'concreto' ai messaggi augurali in vista delle festività di fine anno. Decido di approfondire, e magari di mettermi a disposizione per far riuscire meglio la cosa. Vado sul sito di Amnesty, cerco un indirizzo mail pertinente e scopro l'esistenza delle sezioni locali dell'associazione: opto quindi per inviare un messaggio alla sezione della mia città.

Passano neppure tre giorni e mi risponde il responsabile della sezione stessa. Mi informa che la sezione si riunisce settimanalmente, previa cena nell'abitazione del responsabile stesso: la prossima, a cui vengo invitato, è in programma la sera stessa. La mail è inviata in copia anche a tutti i partecipanti al desco settimanale. Sorpreso positivamente per l'accoglienza, ringrazio e mi scuso per non poter intervenire quella sera, confidando di recuperare nella prossima occasione. Che però non arriva.

Nelle settimane seguenti mi giungono per conoscenza messaggi mail che alcuni membri della sezione si scambiano, senza specificare nuove occasioni di incontro né indicazioni per il sottoscritto. Dopo un paio di settimane chiedo ragguagli al responsabile di sezione: nessuna risposta.

Decido allora di fare da me, per quel poco che potrà essere. Dal sito di Amnesty deduco che Write for rights 2014 sarà in programma fino al 21 dicembre. Mi lascio un paio d'ore la sera di venerdì 19, e inserisco il layout dell'iniziativa nella mia versione personale di auguri da inviare ai miei contatti, aggiungendo anche un link alla pagina tramite cui aderire alla raccolta firme.

Qualche giorno dopo torno sul sito di Amnesty e leggo con piacere che la campagna ha raggiunto gli obiettivi prefissati per l'Italia. Scrivo di nuovo al responsabile di sezione della mia città, condividendo la soddisfazione e facendo anche a lui i miei personali auguri. L'interlocutore torna a rispondermi: mi scrive che la mia precedente mail era finita nello spam, e mi preannuncia che a gennaio tornerà a coinvolgermi. Cosa che non avviene: né a gennaio, tanto meno nei tre mesi scarsi trascorsi fino a oggi.

Ora: non posso escludere che Amnesty abbia ritenuto il sottoscritto privo delle caratteristiche idonee per fare alcunché tranne la mera offerta di soldi, anche se mi chiedo come una valutazione del genere possa basarsi su un paio di mail da due righe l'una, improntate peraltro su toni di cortesia. Comunque sia, se anche fosse, forse sarebbe stato più coerente – ed efficace, in termini di fundraising – esprimerlo in modo chiaro e civile. Così non è andata. Il risultato, nel mio caso, è che non smetterò certo di seguire Amnesty e appoggiare idealmente le cause che promuove; probabilmente però, qualche euro potenzialmente destinato a loro prenderà altre destinazioni.

Quello con Amnesty peraltro non è l'unico episodio di approccio 'incompiuto' al no-profit: nel 2013, la disponibilità a partecipare come volontario non specializzato ad eventuali campagne di scavo, manifestata ad un'associazione archeologica (l'unica risultata potenzialmente attiva nel mio circondario, dopo mesi di vane ricerche), fu tramutata nella richiesta di improvvisarmi programmatore web per restaurare...il sito internet: un tentativo culminato in una inevitabile resa, dopo qualche settimana.  Più recentemente, il “ci sentiamo presto” del responsabile di un'associazione di volontari per la protezione civile ha avuto come seguito il nulla.

Per fortuna non è sempre andata così. Ho avuto esperienze dirette con altre associazioni che hanno ben accolto ciò che con buon senso ero in grado di offrire, e conosciuto altre che mettono bene in chiaro come quando si può (o non si può) partecipare alle attività: l'ultima di queste pochi giorni fa. E' evidente che la maturazione del mondo no profit passa anche per una crescente preparazione di chi vi porta energie, in modo più o meno spinto a seconda dei settori; è altrettanto vero che dalla reception di queste energie (e non solo dei loro 'funds') passa in misura non marginale la lungimiranza dell'azione no profit. O almeno, così sembra a me.

domenica 15 febbraio 2015

Che vista

Rispolveriamo termini come guerra fredda o guerra mondiale. Nel mare che circonda Pantelleria continuano a morire disperati a centinaia, così come nei luoghi di conflitto in Nigeria o Libia. Da quest'ultima, ora scappano anche gli italiani, in fuga dalle minacce dell'Isis. L'Unione Europea è in balia delle pressioni di chi si arroga il diritto a dettar legge sulla base dei numeri, o di chi invoca solidarietà dopo aver troppo a lungo truccato i numeri; mentre le cause di disastro più opache e globali degli ultimi decenni – l'avvelenamento del pianeta, l'iniquo predominio della finanza virtuale sull'economia reale – restano per lo più intatte.

Poi ci sono le tante storie più o meno silenziose di gente che prova creare futuro con dignità, a dispetto di quello che il resto della società (o le altre facce di sé stessa) non le consente di fare. Ma visto da qui, l'inverno 2015 non è proprio un belvedere.

Fuori servizio

“I musei devono essere al servizio della società, non delle società dei servizi”. Lo dice Tomaso Montanari intervenendo ad un dibattito sul futuro della Pinacoteca nazionale di Siena, e – indirettamente – delle strategie culturali di questa città. Lo dice e strappa applausi, come merita e meriterebbe se continuasse a dare il proprio contributo alla discussione ancora per qualche ora; invece (magari non per colpa sua), un paio di interventi dopo il suo si alza e saluta tutti. Anche per questo, un'importante (e affollata) occasione per confrontare in modo costruttivo idee di persone ricche di preparazione si trasforma in un alternarsi scadente di voci: interventi ridondanti (Gabriella Piccini, Bruno Santi), pedanti citazioni di atti burocratici senza visione d'insieme (il Sindaco), battibecchi tra pubblico e relatori, voci autorevoli (Barzanti) che scadono nel cabaret inscenando le pur giuste critiche a chi amministra la cosa pubblica, e a chi lo contorna.

Abbandono la tribuna prima del fischio finale, con un senso misto di pena e tristezza. Con la crescente convinzione che questa città non potrà tornare a fare 'cultura' in senso minimamente affine al suo alto passato; non prima di alcune generazioni. Sciatteria, inconcludenza, impossibilità di uscire da visioni corte e personalistiche: questo solo vedo in quantità, giorno per giorno, nei 'palazzi' come per le strade. Spero di sbagliarmi. E di occuparmi di altri temi, e latitudini, sempre di più.

lunedì 12 gennaio 2015

#Jesuischarlie. Et depuis?

San Giorgio uccide il drago - Chiesa di San Giorgio, Madaba (Giordania)


Dopo quanto successo a Parigi tra il 7 e il 9 gennaio è umanamente impossibile rimanere indifferenti, soprattutto se si vive nella nazione accanto. E' l'emozione, oltre al poco tempo a disposizione, rende non propriamente semplice dire o fare qualcosa di sensato, a poche ore o giorni di distanza. Io ho aspettato un po' a metter qualche concetto in fila; forse non abbastanza. Ci provo adesso.

Punto primo e fermo, a costo di esser ripetitivo: non può esserci nulla che renda giustificabile, neppure idealmente, quanto fatto in questi drammatici giorni: ai danni di decine di persone, dei loro familiari, della popolazione con cui essi coabitavano.

Punto secondo: cosa fare per cercare di impedire il ripetersi di atrocità simili? In estrema chiarezza le opzioni a me paiono essere due. La prima: attrezzarsi militarmente e contrattaccare, se del caso bombardare a tappeto ovunque in Medio oriente si covi l'aggressione al 'nostro' mondo, completando il lavoro avviato dai Bush negli scorsi decenni. La seconda: impegnarsi di più e meglio perché la volontà di 'convivere'  della popolazione (musulmana, cristiana e non solo) prevalga su quella di  chi vuol invece distruggere.

Sostenere la “disintegrazione” (espressa in questi giorni in modo chiaro da Giuliano Ferrara, tra gli altri) significa non solo mettere in conto ingenti 'spese' in termini sia economici che umani, ma anche costringere l'Occidente ad una nuova nemesi storica, dimenticando la 'lezione' che la seconda guerra mondiale in modo evidente come mai prima ci aveva consegnato, a proposito di cosa significhi “fare la guerra”. La sera dell'8 gennaio, mentre Ferrara argomentava la sua tesi su La 7, Canale 5 trasmetteva “Salvate il soldato Ryan”: il casuale accostamento difficilmente avrebbe potuto essere più efficace, per rendere l'idea.

Sostenere l'”integrazione”, ovvero la seconda opzione comporta altri tipi di sforzo, apparentemente meno drammatici ma non necessariamente efficaci. In primo luogo se esiste una maggioranza di cittadini a fede musulmana che interpretano il Corano in modo ben diverso da Isis & c.  (basti ricordare i bambini morti a Peshavar poche settimane fa, e le loro famiglie) e quindi in modo pluralista e pacifico, allora credo sia ogni giorno più necessario che questi facciano emergere la loro visione, la loro voce, il loro convincimento, la loro opera 'sociale'. In primo luogo, verso le persone che professano in modo diverso lo stesso credo, nonché verso chi prega in modo diverso (cristiani in primis) dando segni tangibili di tolleranza rispetto e disponibilità; non solo in quell'Occidente dove magari si sono trasferiti o addirittura nati, ma anche in quei territori dove da anni e in modo crescente la professione di fede non musulmana è stata sempre meno tollerata. Mi pare evidente che l'atteggiamento meramente passivo, ancorché civile, non è più sufficiente (lo stesso può dirsi anche per ognuno di noi rispetto a tante nefandezze del nostro quotidiano; ma questo è un altro discorso).

In secondo luogo, l'opzione 'B' richiede all'Occidente di essere più astuto (in termini di prevenzione, intelligence eccetera), severo (nel rispetto delle proprie leggi) e nondimeno più coerente. Da più parti la contrapposizione tra Occidente e Islam viene fatta coincidere con quella tra  un modello di società “laica” ad una dove si vuol far coincidere le leggi religiose con quelle dello Stato. Ora, se è vero che gli stati occidentali sono ben più laici di quelli musulmani,  è bene ricordarsi che l'Occidente da questo punto di vista non è 'puro': in Europa a tutt'oggi ci sono Costituzioni che condizionano la status di 'governante' (o 'regnante') al suo professare una determinata fede (protestante o cattolica). E se biasimiamo un musulmano che si offende per una presa in giro dei propri simboli religiosi, dobbiamo anche ricordarci che da noi la blasfemia può essere a tutt'oggi motivo di reato, con buona pace del bestemmiatore che voglia considerare la sua una mera 'libertà di opinione'. E a proposito di questa: inneggiando alla sua difesa universale, ricordiamoci di non illuderci che da noi sia applicata sempre come dovrebbe: ci sono ancora troppe voci e argomenti che nei nostri paesi restano esclusi dalla percezione dell'opinione pubblica, e le graduatorie sul grado di libertà di informazione (ad esempio, in un paese come l'Italia) sono lì per ricordarcelo.

In più, è forse utile tener presente che l'esplodere di conflitti come quelli di Parigi (ma anche delle periferie romane a fine 2014, sia pure in modo molto meno drammatico) non sarebbe stato così potente se in Occidente negli ultimi decenni non si fossero ammassate tante esistenze marginali, o  rischio marginalità. Da cosa è dipeso questo 'ammucchiamento'? Solo dai musulmani d'immigrazione,  o forse anche da un post colonialismo occidentale che non è stato così efficace nell'aiutare certe parti del mondo a costruire condizioni di vita migliori, che evitassero a così tanta gente di voler cercare (disperatamente, spesso) un'altra vita altrove? Siamo certi che l'Occidente abbia messo 'tutta la buona volontà' possibile, in Iraq, Afghanistan, Arabia saudita, Libia, Siria... per favorire uno scenario di questo tipo? E fino a che punto la 'guerra santa' che certi soggetti agitano è davvero 'santa', negli obiettivi reali di chi la promuove e fomenta, o piuttosto una strategia di mero potere che si traveste per esser più efficace?

Se due parti vogliono convivere devono dar segno entrambe di volerlo fare. Ogni 'occidentale', ogni 'orientale'  che realmente lo vogliano credo debba fare esercizio di umiltà, sia pure in modi e misure diverse. Io, lo dico chiaramente, sono per l'opzione B. Mi sento di dire “#Jesuischarlie” in questa chiave e con  avvertenze tipo quelle accennate sopra; non solo per condividere uno slogan.  Perché farlo in modo istintivo e immediato è assolutamente comprensibile. Ma non vorrei che farlo troppo a cuor leggero finisca per favorire l'opzione A. 

Il cielo oltre il main sponsor

Torno a fare una piccola parentesi senese, su un argomento del quale se non altro mi sono trovato ad occuparmi più volte negli ultimi tempi.  Le principali iniziative di "piazza" tenute negli ultimi tempi a Siena continuano ad avere un comune denominatore rispetto al passato: il cosiddetto "main sponsor", che spesso e' anche l'unico. Il "lato a" di questo fatto e' che a tutt'oggi quello "sponsor"  datato 1472 non ha ancora esaurito le sue attenzioni verso questo territorio, al di la' della sua attivita' di datore di lavoro. Il "lato b" e' che questo territorio non ha ancora sviluppato capacita' (o mentalita') tali da sostituire i budget di quel main sponsor con quelli di altri. Questo fatto, se a tutt'oggi comporta conseguenze piu' o meno rimediabili, rischia di averne molto piu' pesanti qualora la sintesi tra efficace governance del "main sponsor"  (ammesso che questa si possa nuovamente realizzare) e attenzione al suo territorio d'origine diventi ancora piu' ardua da trovare di quanto non lo sia gia'.

E' una semplice constatazione, non un addebito in cerca di soggetto; ne' e' un allarme da codice rosso. Ci sono gravita' ben piu' impellenti che affliggono questo territorio e molte delle persone che vi abitano, per le quali e' bene che si spenda chi ha capacita' e titolo per farlo (non mi sento tra questi). La constatazione muove solo dal considerare che di eventi (piu' o meno culturali) si fa un gran parlare come una delle strade da battere per il futuro, e che per realizzarli c'e' e ci sara' bisogno di soldi non pubblici molto piu' che in passato. Nel caso di Siena, probabilmente, soldi da cercare altrove.

A proposito di altrove: dal mese di maggio, a Milano e non solo, sara' tempo di Expo. Nelle scorse settimane i media hanno dato conto delle iniziative che alcune citta', tra cui alcune toscane, hanno programmato per intercettare le ricadute economiche di questo evento.  Non altrettanto appare noto in merito a Siena e dintorni; il che non impedisce che al momento giusto le iniziative vengano fuori in modo efficace. E' opinione di alcuni che l'Expo sia sinonimo di apparenza, spreco e malaffare, e che quindi non meriti attenzione: se e' vero lo vedremo. Intanto può essere utile sapere che nel 1937 fu un'esposizione universale ad indurre  Pablo Picasso a realizzare un'opera poi divenuta nota con il nome di Guernica. E questo, in chiave storica, qualcosa dovra' pur significare.