Il
rispetto della legge è la pietra angolare di una convivenza tra più
persone in una collettività che possa dirsi civile. Ed ogni deroga
all’applicazione della legge più alimentare quella percezione per
cui “tutti sono uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri”
che, goccia dopo goccia, mina la disponibilità delle persone civili
a rinunciare ad un po’ della propria libertà personale per godere
assieme agli altri di quella collettiva.
Il
rischio di alimentare questa percezione è insito nell’atteggiamento
di chi in questi giorni per slancio emotivo si schiera
deliberatamente dalla parte di Mimmo Lucano, sindaco di Riace agli
arresti domiciliari. E’ un rischio che ne porta dietro un altro,
che è anzi una certezza: quello di portare argomenti a chi non
aspetta altro che l’occasione per denigrare persone come Lucano, e
tentativi di integrazione come quelli messi in atto in quel borgo di
Calabria.
Tenere
conto di questo rischio non vuol dire necessariamente voltarsi
dall’altra parte. Può richiederci, magari, di provare a fare un
ragionamento più articolato, e non semplicemente istintivo.
Ho
letto su un quotidiano questa settimana un’osservazione che ci
ricorda come, in ogni comunità, accanto alla giustizia penale o
amministrativa ne esista una di tipo “etico”, diffusa nelle
menti o nella pancia delle persone. E non necessariamente queste due giustizie sono
sempre allineate sullo stesso punto. Anzi: capita – e nella storia
è capitato spesso – che la seconda si porti avanti rispetto alla
prima, e dopo qualche tempo (a volte anche molto lungo) la prima si
riallinei alla seconda, attraverso i necessari atti di legge.
Formalmente,
le ‘leggi razziali’ introdotte in Italia erano leggi; era legge
l’apartheid in Sudafrica fino al 1992; era legge quella che
imponeva ai locali pubblici italiani di consentire ai clienti di
fumare, fino ai primi anni Duemila. Lo scorrere del tempo ci ha poi
dimostrato come quella legge (penale, o amministrativa) fosse in
ritardo rispetto a quella etica (di quel paese, o del resto del
mondo); e come infatti chi fa leggi abbia dovuto recuperare il tempo
perduto.
Formalmente
(se sarà riconosciuto colpevole) Mimmo Lucano oggi sta infrangendo
la legge, almeno in parte. E’ abbastanza verosimile però che se lo
ha fatto, ciò sia stato per ovviare ad un quadro normativo che nel
complesso si fa beffe della condizione umana di persone a cui
difficilmente si può contestare lo stato personale di bisogno; ed è
anche verosimile che il Sindaco di Riace non abbia agito per
tornaconto o guadagno personale, come invece avviene nelle gran parte
dei casi di reato. Forse oggi la sensazione di giustizia etica di
buona parte degli italiani riesce a fare questo distinguo, a
differenza di quello che formalmente fa (o farà, in sede di
processo) la giustizia penale. E se è cosi, bisognerà che quanto
prima chi fa le leggi si renda conto di questo distacco, e a questo
provveda.
A
proposito del diverso atteggiamento nell’atto di compiere un reato:
tra le tante esternazioni. l’attuale Vicepresidente del Consiglio
italiano si è espresso in questi mesi su due arresti eccellenti. Lo
scorso mese di giugno su quello di un imprenditore coinvolto
nell’inchiesta sul nuovo stadio di Roma, definendolo una brava
persona e augurandosi che la giustizia possa presto scagiornarlo. Questa settimana sull'arresto di Lucano, dicendosi “sempre dispiaciuto
quando un uomo libero viene arrestato”, ma chiedendosi subito cosa
ne penseranno i detrattori della sua politica sui migranti. Per certi
versi, comparare questi due casi mi ricorda quello di due condannati
su cui la gente fu chiamata a scegliere chi sacrificare, un paio di millenni fa. E uno dei
due mi pare si chiamasse Barabba.
Nota
a margine
Sono
stato a Riace nell’estate 2010, intervistando il Sindaco Mimmo
Lucano per la rivista Mixa, che adesso non esiste più. Spero che ciò
non abbia condizionato in negativo queste considerazioni. La foto è una di quelle scattate all'epoca sul posto.

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