lunedì 12 gennaio 2015

#Jesuischarlie. Et depuis?

San Giorgio uccide il drago - Chiesa di San Giorgio, Madaba (Giordania)


Dopo quanto successo a Parigi tra il 7 e il 9 gennaio è umanamente impossibile rimanere indifferenti, soprattutto se si vive nella nazione accanto. E' l'emozione, oltre al poco tempo a disposizione, rende non propriamente semplice dire o fare qualcosa di sensato, a poche ore o giorni di distanza. Io ho aspettato un po' a metter qualche concetto in fila; forse non abbastanza. Ci provo adesso.

Punto primo e fermo, a costo di esser ripetitivo: non può esserci nulla che renda giustificabile, neppure idealmente, quanto fatto in questi drammatici giorni: ai danni di decine di persone, dei loro familiari, della popolazione con cui essi coabitavano.

Punto secondo: cosa fare per cercare di impedire il ripetersi di atrocità simili? In estrema chiarezza le opzioni a me paiono essere due. La prima: attrezzarsi militarmente e contrattaccare, se del caso bombardare a tappeto ovunque in Medio oriente si covi l'aggressione al 'nostro' mondo, completando il lavoro avviato dai Bush negli scorsi decenni. La seconda: impegnarsi di più e meglio perché la volontà di 'convivere'  della popolazione (musulmana, cristiana e non solo) prevalga su quella di  chi vuol invece distruggere.

Sostenere la “disintegrazione” (espressa in questi giorni in modo chiaro da Giuliano Ferrara, tra gli altri) significa non solo mettere in conto ingenti 'spese' in termini sia economici che umani, ma anche costringere l'Occidente ad una nuova nemesi storica, dimenticando la 'lezione' che la seconda guerra mondiale in modo evidente come mai prima ci aveva consegnato, a proposito di cosa significhi “fare la guerra”. La sera dell'8 gennaio, mentre Ferrara argomentava la sua tesi su La 7, Canale 5 trasmetteva “Salvate il soldato Ryan”: il casuale accostamento difficilmente avrebbe potuto essere più efficace, per rendere l'idea.

Sostenere l'”integrazione”, ovvero la seconda opzione comporta altri tipi di sforzo, apparentemente meno drammatici ma non necessariamente efficaci. In primo luogo se esiste una maggioranza di cittadini a fede musulmana che interpretano il Corano in modo ben diverso da Isis & c.  (basti ricordare i bambini morti a Peshavar poche settimane fa, e le loro famiglie) e quindi in modo pluralista e pacifico, allora credo sia ogni giorno più necessario che questi facciano emergere la loro visione, la loro voce, il loro convincimento, la loro opera 'sociale'. In primo luogo, verso le persone che professano in modo diverso lo stesso credo, nonché verso chi prega in modo diverso (cristiani in primis) dando segni tangibili di tolleranza rispetto e disponibilità; non solo in quell'Occidente dove magari si sono trasferiti o addirittura nati, ma anche in quei territori dove da anni e in modo crescente la professione di fede non musulmana è stata sempre meno tollerata. Mi pare evidente che l'atteggiamento meramente passivo, ancorché civile, non è più sufficiente (lo stesso può dirsi anche per ognuno di noi rispetto a tante nefandezze del nostro quotidiano; ma questo è un altro discorso).

In secondo luogo, l'opzione 'B' richiede all'Occidente di essere più astuto (in termini di prevenzione, intelligence eccetera), severo (nel rispetto delle proprie leggi) e nondimeno più coerente. Da più parti la contrapposizione tra Occidente e Islam viene fatta coincidere con quella tra  un modello di società “laica” ad una dove si vuol far coincidere le leggi religiose con quelle dello Stato. Ora, se è vero che gli stati occidentali sono ben più laici di quelli musulmani,  è bene ricordarsi che l'Occidente da questo punto di vista non è 'puro': in Europa a tutt'oggi ci sono Costituzioni che condizionano la status di 'governante' (o 'regnante') al suo professare una determinata fede (protestante o cattolica). E se biasimiamo un musulmano che si offende per una presa in giro dei propri simboli religiosi, dobbiamo anche ricordarci che da noi la blasfemia può essere a tutt'oggi motivo di reato, con buona pace del bestemmiatore che voglia considerare la sua una mera 'libertà di opinione'. E a proposito di questa: inneggiando alla sua difesa universale, ricordiamoci di non illuderci che da noi sia applicata sempre come dovrebbe: ci sono ancora troppe voci e argomenti che nei nostri paesi restano esclusi dalla percezione dell'opinione pubblica, e le graduatorie sul grado di libertà di informazione (ad esempio, in un paese come l'Italia) sono lì per ricordarcelo.

In più, è forse utile tener presente che l'esplodere di conflitti come quelli di Parigi (ma anche delle periferie romane a fine 2014, sia pure in modo molto meno drammatico) non sarebbe stato così potente se in Occidente negli ultimi decenni non si fossero ammassate tante esistenze marginali, o  rischio marginalità. Da cosa è dipeso questo 'ammucchiamento'? Solo dai musulmani d'immigrazione,  o forse anche da un post colonialismo occidentale che non è stato così efficace nell'aiutare certe parti del mondo a costruire condizioni di vita migliori, che evitassero a così tanta gente di voler cercare (disperatamente, spesso) un'altra vita altrove? Siamo certi che l'Occidente abbia messo 'tutta la buona volontà' possibile, in Iraq, Afghanistan, Arabia saudita, Libia, Siria... per favorire uno scenario di questo tipo? E fino a che punto la 'guerra santa' che certi soggetti agitano è davvero 'santa', negli obiettivi reali di chi la promuove e fomenta, o piuttosto una strategia di mero potere che si traveste per esser più efficace?

Se due parti vogliono convivere devono dar segno entrambe di volerlo fare. Ogni 'occidentale', ogni 'orientale'  che realmente lo vogliano credo debba fare esercizio di umiltà, sia pure in modi e misure diverse. Io, lo dico chiaramente, sono per l'opzione B. Mi sento di dire “#Jesuischarlie” in questa chiave e con  avvertenze tipo quelle accennate sopra; non solo per condividere uno slogan.  Perché farlo in modo istintivo e immediato è assolutamente comprensibile. Ma non vorrei che farlo troppo a cuor leggero finisca per favorire l'opzione A. 

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