Il tremendo terremoto del 24 agosto,
l'ultimo di una lunga serie. Le rovine, i feriti, le salme. E poi i
soccorsi, gli aiuti, i tweet. Gli sms solidali, i vip, le amatriciane
solidali. La “gara di solidarietà”, gli italiani che ancora una
volta gettano il cuore oltre l'ostacolo. Un coro di
sensibilizzazione e azione. Nessuna voce fuori dal coro. O quasi.
“PER IL TERREMOTO NON DO NEANCHE UN
EURO”
“E' l'ora di finirla con la moina
del
buon cuore e portafoglio
dei cittadini contribuenti”?
Il titolo controcorrente spicca da
un'articolo de L'eco del sud, condiviso da un mio contatto facebook
tra i più recenti e perspicaci. L'affermazione è attribuita ad una
persona per me sin qui sconosciuta, il presidente del movimento
“Popolo partite Iva” Lino Ricchiuti. Che in estrema sintesi dice:
è l'ora di finirla con la moina del buon cuore e portafoglio dei
cittadini/contribuenti e che mettono la pezza a ciò che dovrebbe
fare lo Stato, e non fa. Se non si interrompe questa inerzia non
cambierà mai niente. Per questo stavolta ai terremotati non manderò
un soldo, che ci pensi lo Stato.
Leggo l'articolo con calma, mi fermo un
attimo a pensare, provo a immaginare come potrei sentirmi se mi trovassi a
leggerlo al riparo di una tendopoli, dopo aver perso casa amici o
familiari pochi giorni prima. E mi vengono i brividi.
Un attimo dopo, qualcosa mi impedisce
di collocare facilmente e rapidamente il signor Ricchiuti tra le voci
solitarie, e tra quelli che si meritano il girone più basso
dell'inferno.
LE RACCOLTE FONDI E IL SOTTOSVILUPPO
“Inviare aiuti va sempre bene,
o
serve anche imparare a farne a meno?”
Quello di Ricchiuti è, secondo me, un
ragionamento tagliato con l'accetta: per lo stesso principio che lui
espone, dovremmo smettere di sostenere Save the children che cura i
bambini in Siria perché “ci dovrebbero pensare la Siria a non esporre alla morte i suoi figli”; oppure la Lega del Filo d'oro perché “ai bambini
con le malattie rare di dovrebbe pensare lo Stato”. E ci vorrebbe
un buon cuore di pietra, credo, per dire in faccia ad uno sfollato di
Pescara del Tronto che lui merita meno aiuti di quelli de l'Aquila,
Modena, Colfiorito e così via. Ovvero, che a differenza di costoro
deve pagare (di più, oltre a quello che ha già pagato in seguito al
sisma) per colpe che probabilmente non sono sue.
Se al posto
dell'accetta prendiamo invece un..taglierino, ovvero se usciamo dal
comodo cliché del buonismo a tutti i costi, c'è qualcosa nel
ragionamento di Ricchiuti che merita attenzione. E che vanta
precedenti.
Dambisa
Moyo è
un'illustre economista africana. Qualche anno fa fece scalpore
affermando che il suo continente doveva uscire dall'abbraccio
consolatorio delle ONG, perchè questo non faceva altro che
cronicizzare il suo status di zona del mondo in via di sviluppo, che
allo sviluppo non arrivava mai.
Il più venduto tra
i libri della storia umana cita ad un certo punto l'affermazione di
un Signore che, rispetto al comportamento da tenere nei confronti di
persone perennemente affamate, suggerisce di “non dare loro pesci,
piuttosto insegna loro a pescare”.
L'ISOLA (LO STATO)
CHE NON C'E'
“E se
improvvisamente smettessimo di sostituire lo Stato
in tutte le
situazioni in cui da solo non basta”?
Il mondo che
'predica' il capo del “Popolo partive Iva”, quello in cui lo
Stato provvede in pieno ai suoi compiti,è da tempo un mondo che non
c'è; e stento a credere che potrà esserci in futuro. Chiediamoci:
sarebbe pensabile mantenere i livelli attuali di assistenza sanitaria
e pronto soccorso senza l'apporto di Misericordie, Pubbliche
assistenze e tutto il restante volontariato di settore? Vogliamo
credere che senza il Fai lo Stato avrebbe provveduto per suo conto a
conservare e rendere fruibili tanti 'luoghi del cuore'?
Epperò: c'è modo
e modo di essere d'aiuto. Posso fare 1, dici o 100 sms solidali: e
poi, vada come vada. Posso essere un famoso attore americano di
Grey's anatomy,che due giorni dopo il terremoto si precipita ad
Amatrice, nelle ore in cui la Protezione civile dice agli italiani
di non affollarsi nei luoghi del sisma; e visto che ci sono, mi
faccio fotografare tra le rovine. Posso farmi ritrovare puntualmente
in prima fila ad organizzare serate di beneficenza, ogni volta che
c'è un emergenza, magari a favore di telecamera.
Premesso
che pecunia non olet, e che i fondi così raccolto alla fine sono
spendibili per una giusta causa al pari degli altri, questi sono
alcuni dei tipi di sostegno che mi lasciano più perplesso.
AIUTI CIECHI O
CONSAPEVOLI
“A volte basta un
gesto. O no”?
Oppure: posso
cercare di documentarmi su chi gestirà il mio aiuto, sulle sue
credenziali e su come lo utilizzerà, prima di procedere
materialmente a darlo. Posso tornare periodicamente a vedere se chi
ha beneficiato del mio aiuto lo ha effettivamente impiegato in modo
proattivo o assistenzialistico (rispetto ad una volta, oggi in questo
internet aiuta molto). Posso magari dare nuovamente il mio aiuto, se
nel frattempo ho ricevuto aggionamenti convincenti. Oppure verificare
che il mio aiuto è stato sprecato, tenerne conto e magari spargere
la voce.
Certo questi metodi
non sono così immediati, e l'abitudine di una vita – o la
presunzione di bontà incondizionata – non è semplice da
correggere. Personalmente sto cercando di seguirli, ma per farlo ho
avuto bisogno di anni. E di sforzarmi per andare oltre l'istintivo
buonismo autoassolutorio che ti fa trasalire di fronte ad affermazioni come quella di
Ricchiuti.
Per tornare in
argomento, e chiudere: a mio avviso i terremotati del 2016 meritano
aiuti privati al pari dei precedenti. E in questo caso quel che
penso, io l'ho anche già fatto. Ma se è vero che in questi ultimi
tempi per la prevenzione di certi disastri si è fatto (solo) qualcosa
rispetto al secolo scorso (emblematico il caso di Norcia), e che
molto resta ancora da fare, devo ammettere che la crescita di
consapevolezza dell'opinione pubblica
passa più da scossoni come quello in oggetto, che non attraverso i
selfie degli addolorati vip.

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