“I musei devono essere al servizio della società, non delle
società dei servizi”. Lo dice Tomaso Montanari intervenendo ad un
dibattito sul futuro della Pinacoteca nazionale di Siena, e –
indirettamente – delle strategie culturali di questa città. Lo
dice e strappa applausi, come merita e meriterebbe se continuasse a
dare il proprio contributo alla discussione ancora per qualche ora;
invece (magari non per colpa sua), un paio di interventi dopo il suo
si alza e saluta tutti. Anche per questo, un'importante (e affollata)
occasione per confrontare in modo costruttivo idee di persone ricche
di preparazione si trasforma in un alternarsi scadente di voci:
interventi ridondanti (Gabriella Piccini, Bruno Santi), pedanti
citazioni di atti burocratici senza visione d'insieme (il Sindaco),
battibecchi tra pubblico e relatori, voci autorevoli (Barzanti) che
scadono nel cabaret inscenando le pur giuste critiche a chi
amministra la cosa pubblica, e a chi lo contorna.
Abbandono la
tribuna prima del fischio finale, con un senso misto di pena e
tristezza. Con la crescente convinzione che questa città non potrà
tornare a fare 'cultura' in senso minimamente affine al suo alto
passato; non prima di alcune generazioni. Sciatteria, inconcludenza,
impossibilità di uscire da visioni corte e personalistiche: questo
solo vedo in quantità, giorno per giorno, nei 'palazzi' come per le
strade. Spero di sbagliarmi. E di occuparmi di altri temi, e
latitudini, sempre di più.
domenica 15 febbraio 2015
lunedì 12 gennaio 2015
#Jesuischarlie. Et depuis?
![]() |
| San Giorgio uccide il drago - Chiesa di San Giorgio, Madaba (Giordania) |
Dopo quanto successo a Parigi tra il 7 e il 9 gennaio è umanamente impossibile rimanere indifferenti, soprattutto se si vive nella nazione accanto. E' l'emozione, oltre al poco tempo a disposizione, rende non propriamente semplice dire o fare qualcosa di sensato, a poche ore o giorni di distanza. Io ho aspettato un po' a metter qualche concetto in fila; forse non abbastanza. Ci provo adesso.
Punto primo e fermo, a costo di esser ripetitivo: non può esserci nulla che renda giustificabile, neppure idealmente, quanto fatto in questi drammatici giorni: ai danni di decine di persone, dei loro familiari, della popolazione con cui essi coabitavano.
Punto secondo: cosa fare per cercare di impedire il ripetersi di atrocità simili? In estrema chiarezza le opzioni a me paiono essere due. La prima: attrezzarsi militarmente e contrattaccare, se del caso bombardare a tappeto ovunque in Medio oriente si covi l'aggressione al 'nostro' mondo, completando il lavoro avviato dai Bush negli scorsi decenni. La seconda: impegnarsi di più e meglio perché la volontà di 'convivere' della popolazione (musulmana, cristiana e non solo) prevalga su quella di chi vuol invece distruggere.
Sostenere la “disintegrazione” (espressa in questi giorni in modo chiaro da Giuliano Ferrara, tra gli altri) significa non solo mettere in conto ingenti 'spese' in termini sia economici che umani, ma anche costringere l'Occidente ad una nuova nemesi storica, dimenticando la 'lezione' che la seconda guerra mondiale in modo evidente come mai prima ci aveva consegnato, a proposito di cosa significhi “fare la guerra”. La sera dell'8 gennaio, mentre Ferrara argomentava la sua tesi su La 7, Canale 5 trasmetteva “Salvate il soldato Ryan”: il casuale accostamento difficilmente avrebbe potuto essere più efficace, per rendere l'idea.
Sostenere l'”integrazione”, ovvero la seconda opzione comporta altri tipi di sforzo, apparentemente meno drammatici ma non necessariamente efficaci. In primo luogo se esiste una maggioranza di cittadini a fede musulmana che interpretano il Corano in modo ben diverso da Isis & c. (basti ricordare i bambini morti a Peshavar poche settimane fa, e le loro famiglie) e quindi in modo pluralista e pacifico, allora credo sia ogni giorno più necessario che questi facciano emergere la loro visione, la loro voce, il loro convincimento, la loro opera 'sociale'. In primo luogo, verso le persone che professano in modo diverso lo stesso credo, nonché verso chi prega in modo diverso (cristiani in primis) dando segni tangibili di tolleranza rispetto e disponibilità; non solo in quell'Occidente dove magari si sono trasferiti o addirittura nati, ma anche in quei territori dove da anni e in modo crescente la professione di fede non musulmana è stata sempre meno tollerata. Mi pare evidente che l'atteggiamento meramente passivo, ancorché civile, non è più sufficiente (lo stesso può dirsi anche per ognuno di noi rispetto a tante nefandezze del nostro quotidiano; ma questo è un altro discorso).
In secondo luogo, l'opzione 'B' richiede all'Occidente di essere più astuto (in termini di prevenzione, intelligence eccetera), severo (nel rispetto delle proprie leggi) e nondimeno più coerente. Da più parti la contrapposizione tra Occidente e Islam viene fatta coincidere con quella tra un modello di società “laica” ad una dove si vuol far coincidere le leggi religiose con quelle dello Stato. Ora, se è vero che gli stati occidentali sono ben più laici di quelli musulmani, è bene ricordarsi che l'Occidente da questo punto di vista non è 'puro': in Europa a tutt'oggi ci sono Costituzioni che condizionano la status di 'governante' (o 'regnante') al suo professare una determinata fede (protestante o cattolica). E se biasimiamo un musulmano che si offende per una presa in giro dei propri simboli religiosi, dobbiamo anche ricordarci che da noi la blasfemia può essere a tutt'oggi motivo di reato, con buona pace del bestemmiatore che voglia considerare la sua una mera 'libertà di opinione'. E a proposito di questa: inneggiando alla sua difesa universale, ricordiamoci di non illuderci che da noi sia applicata sempre come dovrebbe: ci sono ancora troppe voci e argomenti che nei nostri paesi restano esclusi dalla percezione dell'opinione pubblica, e le graduatorie sul grado di libertà di informazione (ad esempio, in un paese come l'Italia) sono lì per ricordarcelo.
In più, è forse utile tener presente che l'esplodere di conflitti come quelli di Parigi (ma anche delle periferie romane a fine 2014, sia pure in modo molto meno drammatico) non sarebbe stato così potente se in Occidente negli ultimi decenni non si fossero ammassate tante esistenze marginali, o rischio marginalità. Da cosa è dipeso questo 'ammucchiamento'? Solo dai musulmani d'immigrazione, o forse anche da un post colonialismo occidentale che non è stato così efficace nell'aiutare certe parti del mondo a costruire condizioni di vita migliori, che evitassero a così tanta gente di voler cercare (disperatamente, spesso) un'altra vita altrove? Siamo certi che l'Occidente abbia messo 'tutta la buona volontà' possibile, in Iraq, Afghanistan, Arabia saudita, Libia, Siria... per favorire uno scenario di questo tipo? E fino a che punto la 'guerra santa' che certi soggetti agitano è davvero 'santa', negli obiettivi reali di chi la promuove e fomenta, o piuttosto una strategia di mero potere che si traveste per esser più efficace?
Se due parti vogliono convivere devono dar segno entrambe di volerlo fare. Ogni 'occidentale', ogni 'orientale' che realmente lo vogliano credo debba fare esercizio di umiltà, sia pure in modi e misure diverse. Io, lo dico chiaramente, sono per l'opzione B. Mi sento di dire “#Jesuischarlie” in questa chiave e con avvertenze tipo quelle accennate sopra; non solo per condividere uno slogan. Perché farlo in modo istintivo e immediato è assolutamente comprensibile. Ma non vorrei che farlo troppo a cuor leggero finisca per favorire l'opzione A.
Il cielo oltre il main sponsor
Torno a fare una piccola parentesi senese, su un argomento del quale se non altro mi sono trovato ad occuparmi più volte negli ultimi tempi. Le principali iniziative di "piazza" tenute negli ultimi tempi a Siena continuano ad avere un comune denominatore rispetto al passato: il cosiddetto "main sponsor", che spesso e' anche l'unico. Il "lato a" di questo fatto e' che a tutt'oggi quello "sponsor" datato 1472 non ha ancora esaurito le sue attenzioni verso questo territorio, al di la' della sua attivita' di datore di lavoro. Il "lato b" e' che questo territorio non ha ancora sviluppato capacita' (o mentalita') tali da sostituire i budget di quel main sponsor con quelli di altri. Questo fatto, se a tutt'oggi comporta conseguenze piu' o meno rimediabili, rischia di averne molto piu' pesanti qualora la sintesi tra efficace governance del "main sponsor" (ammesso che questa si possa nuovamente realizzare) e attenzione al suo territorio d'origine diventi ancora piu' ardua da trovare di quanto non lo sia gia'.
E' una semplice constatazione, non un addebito in cerca di soggetto; ne' e' un allarme da codice rosso. Ci sono gravita' ben piu' impellenti che affliggono questo territorio e molte delle persone che vi abitano, per le quali e' bene che si spenda chi ha capacita' e titolo per farlo (non mi sento tra questi). La constatazione muove solo dal considerare che di eventi (piu' o meno culturali) si fa un gran parlare come una delle strade da battere per il futuro, e che per realizzarli c'e' e ci sara' bisogno di soldi non pubblici molto piu' che in passato. Nel caso di Siena, probabilmente, soldi da cercare altrove.
A proposito di altrove: dal mese di maggio, a Milano e non solo, sara' tempo di Expo. Nelle scorse settimane i media hanno dato conto delle iniziative che alcune citta', tra cui alcune toscane, hanno programmato per intercettare le ricadute economiche di questo evento. Non altrettanto appare noto in merito a Siena e dintorni; il che non impedisce che al momento giusto le iniziative vengano fuori in modo efficace. E' opinione di alcuni che l'Expo sia sinonimo di apparenza, spreco e malaffare, e che quindi non meriti attenzione: se e' vero lo vedremo. Intanto può essere utile sapere che nel 1937 fu un'esposizione universale ad indurre Pablo Picasso a realizzare un'opera poi divenuta nota con il nome di Guernica. E questo, in chiave storica, qualcosa dovra' pur significare.
E' una semplice constatazione, non un addebito in cerca di soggetto; ne' e' un allarme da codice rosso. Ci sono gravita' ben piu' impellenti che affliggono questo territorio e molte delle persone che vi abitano, per le quali e' bene che si spenda chi ha capacita' e titolo per farlo (non mi sento tra questi). La constatazione muove solo dal considerare che di eventi (piu' o meno culturali) si fa un gran parlare come una delle strade da battere per il futuro, e che per realizzarli c'e' e ci sara' bisogno di soldi non pubblici molto piu' che in passato. Nel caso di Siena, probabilmente, soldi da cercare altrove.
A proposito di altrove: dal mese di maggio, a Milano e non solo, sara' tempo di Expo. Nelle scorse settimane i media hanno dato conto delle iniziative che alcune citta', tra cui alcune toscane, hanno programmato per intercettare le ricadute economiche di questo evento. Non altrettanto appare noto in merito a Siena e dintorni; il che non impedisce che al momento giusto le iniziative vengano fuori in modo efficace. E' opinione di alcuni che l'Expo sia sinonimo di apparenza, spreco e malaffare, e che quindi non meriti attenzione: se e' vero lo vedremo. Intanto può essere utile sapere che nel 1937 fu un'esposizione universale ad indurre Pablo Picasso a realizzare un'opera poi divenuta nota con il nome di Guernica. E questo, in chiave storica, qualcosa dovra' pur significare.
domenica 21 settembre 2014
Il semaforo della civiltà
Tra le tante sfaccettature della critica fase in cui questa parte di mondo si ritrova ultimamente, c'è la recrudescenza dell'accattonaggio. O, in altre parole, della discesa di singoli e famiglie sotto la soglia della povertà. E quindi, soprattutto, delle situazioni reali in cui queste persone si ritrovano giorno dopo giorno. E poi, in seconda battuta, dello sconforto in cui si ritrovano quelli che hanno sempre pensato che l'elemosina 'per strada' di per sé non fosse la soluzione bensì un circolo vizioso, aspettandosi che la 'comunità' (servizi sociali in primis) si organizzassero sempre meglio per provvedere in modo efficace a questo tipo di esigenze.
Girare per le strade di una media città italiana di questi tempi sa quasi di epitaffio per questo tipo di visione. E coltiva il rimorso per le tante volte in cui hai pensato meglio dar due spiccioli agli artisti di strada piuttosto che al mendicante che nulla esibisce salvo la sua mano tesa; perché a lui, pensavi, doveva provvedere lo Stato e non il racket dell'accattonaggio che magari gli stava dietro. E che era meglio mettere insieme un po' di spiccioli e in capo a un po' di tempo destinare una cifra un po' più corposa ad un ente no profit che direttamente o indirettamente poteva agire per attenuare il disagio sociale generale, compreso quello di chi tendeva la mano al semaforo.
Letta Repubblica di oggi, laddove racconta delle complicazioni che sono state introdotte nel meccanismo di erogazione dei fondi europei per il sostegno ai meno abbienti, e del ritardo accumulato quest'anno dall'Italia per potervi attingere, lo sconforto si si allarga ancora di più. Però negli ultimi giorni è uscito anche un articolo su Pagina99, secondo il quale un'idea innovativa di cui avevo letto qualche tempo fa chiamata Housing First, pare si stia lentamente concretizzando anche in alcune parti d'Italia. In sintesi Housing First sostiene l'idea che assegnare una minima dimora fissa ad un senza tetto nel lungo periodo consente allo stato di risparmiare cifre vicino al 100 per cento della spesa sociale per il suo mantenimento. Conosco una persona che agli homeless dedica diverse ore del suo tempo, nel Sud Italia. Mi dice che questo sistema è complicato, ma potrebbe funzionale. E che loro, a modo loro, hanno iniziato ad attuarlo a beneficio di due persone. Con risultati incoraggianti. Speriamo.
Immagine: "homeless", Rik Reimert.
Il Tg per bambini. Che non c'è
Negli ultimi anni ci sono stati sempre un paio di periodi all'anno nei quali mi sono trovato 'costretto' ad assistere integralmente ai tg delle 20: a volte il Tg1, altre il Tg5. Certi giorni si raddoppia, e mi toccano anche quelli delle 13.
Il lato positivo della cosa è che questa 'dieta' rigenera i miei anticorpi per il resto dell'anno. Quello negativo è che tra gli spettatori vicino a me c'è anche qualche bambino, ed in particolare mio figlio.
L'ultima dieta in ordine di tempo, a fine agosto, ci ha proposto per più e più giorni dettagli più o meno minuziosi sugli sgozzamenti operati in Iraq (Isis) o in Italia (cronaca nera), oltre a numerose repliche delle docce gelate pro-Sla da parte di politici e vip, lunghi approfondimenti su ciò che di solito precede o segue i tg (ovvero: il Meteo) e ampie anticipazioni sulla imminente stagione calcistica. Il Tg5, in particolare, mi è parso più di una volta una sorta di 'farcitura' per mezz'ora di spot pro-Premium calcio.
Da tempo in tante case italiane – la nostra tra queste – all'ora di cena si mangia e si parla senza tv accesa, al più con la radio di sottofondo. La maggior parte delle famiglie, tuttavia, scandisce i ritmi del pasto con il telecomando. Poco male se la scelta cade su cartoni e Violette varie; se s'impone il Tg delle 20, però, il discorso è diverso. Resto convinto che schiaffare su occhi e menti di un pre-adolescente tutto ciò che passa quel convento contribuisca ben poco a farne un potenziale cittadino civile, domani.
E' utopistico aspettarsi che certe famiglie rinuncino al tg serale. Forse potremmo ambire a farle optare per un notiziario più adatto agli occhi di un bambino. Se solo ce ne fosse. Con il digitale terrestre la Rai (“servizio pubblico”) è arrivata ad offrire dieci canali in chiaro, senza tener conto dei due sportivi. Perché non azzardare su uno di questi canali un tg delle 20 impaginato in tal senso? Dove magari si dia pure la notizia dei morti per mano dell'Isis, ma si eviti di enfatizzare il particolare della decapitazione, giusto per fare un esempio?
Tra i miei 'amici' da social network figura una redattrice di un Tg nazionale Rai. Giorni fa le ho scritto per sapere che ne pensa. Non ha risposto, per ora almeno. Peccato.
martedì 16 settembre 2014
Le crociate e i paesi fantasma
Sempre più presi
dalle grane personali – spesso molto serie – e disorientati
dall'alternarsi di emergenze da prima pagina che i media propongono,
in questo Paese diventa sempre più difficile soffermarsi più di un
batter di ciglio su ognuno di questi drammi collettivi, perlomeno per
provare un minimo ad essere costruttivi e non solo compassionevoli.
La brutta stagione (quella ufficiale, perché anche l'estate
quest'anno per molti è stata tale) ridimensionerà per cause
naturali la frequenza di sbarchi di aspiranti immigrati o rifugiati
che soprattutto le coste meridionali dell'Italia hanno subito nel
2014. A fine agosto mentre l'Italia e l'Europa annunciavano in tandem
(ma senza scendere troppo nei dettagli) la revisione del sistema
'Frontex', il numero dei morti in acque italiane, annegati sopra o
sotto i barconi, aveva già raggiunto quota 1.600 (mille e seicento).
Due giorni fa (stima Unhcr) già arrivata a 2.500
(duemilacinquecento).
Sono convinto che la soluzione non possa essere quella di organizzarsi per accogliere al meglio 'chiunque arrivi', perché realisticamente non è in condizioni per assorbire dignitosamente a oltranza questi carichi di fuggiaschi. La vera soluzione sarebbe quella di rimuovere nei paesi d'origine le ragioni che inducono tante persone a fuggire: impresa improba, ma questo è.
Detto questo, credo che snellire le procedure di concessione del diritto d'asilo, e far si che il resto dell'Europa adotti lo stesso modus operandi richiesto all'Italia (e non come l'Austria che respinge i rifugiati alla frontiera) sono migliorie di percorso che sarebbe opportuno conseguire. Assieme al superare tanta retorica xenofoba accompagna i dibattiti politici intorno a questo tema. E cercare di prendere il buono che c'è da questa situazione, quando c'è.
Ad esempio: in Italia ci sono circa 6mila i paesi fantasma, abbandonati o a rischio di abbandono. Alcuni muoiono senza colpo ferire, e amen. Altri sperimentano qualcosa per opporsi al destino segnato: ad esempio, cercando di creare le condizioni perché non-italiani (i rifugiati, appunto) accettino di abitarli, anche in condizioni in cui gli italiani non accetterebbero più di farlo; e così facendo, si oppongono concretamente all'oblio del centro abitato. Anni fa ho toccato con mano la validità di questo modello a Riace, dove tutt'ora mi pare che sostanzialmente funzioni: quest'anno mi è saltato agli occhi il caso di Acquaformosa, una storia che appare altrettanto valida, anche se non verificata direttamente sul posto. Ho letto anche di Asciano, che pare stia beneficiando dall'aver attratto gli studenti cinesi che per 6 mesi all'anno frequentano l'Università per stranieri a Siena.
I custodi dell'identità italica (o cattolica) hanno buon gioco nel contrapporre a queste soluzioni la minaccia che portano in seno verso la conservazione della nostra civiltà, o verso l'occupazione (e quindi la sussistenza) della popolazione. Credo che la crisi occupazionale di quest'epoca, in Italia, abbia ben poco a che fare con gli sbarchi di immigrati; con la concorrenza sleale da parte di certi paesi (Cina su tutti, tanto per esser chiaro), magari sì; ma questo è un altro discorso.
Concordo piuttosto sul fatto che tra le migliaia di persone che arrembano l'Europa dal sud del mondo ve ne siano anche diverse che lo fanno con l'ambizione di sovvertire il nostro modo di vivere, imponendoci la sharia o altre amenità assurde. Eppure se la civiltà occidentale, o meglio ancora 'europea' un primato ha conseguito nel tempo è stato quello costruito sulla base della ragione, ovvero del permettere ad ogni pensiero di confrontarsi liberamente con l'altro. Il punto più alto della storia di questo continente, assieme al Rinascimento, è stato l'illuminismo: non certo le Crociate, a cui alcuni 'europei' oggi vorrebbero tornare a far ricorso. E il non esser riuscito ad imporre questo concetto al resto del mondo, perché diventasse un punto fermo per qualsiasi popolazione, è stato di fatto la sua sconfitta.
Continuare a voler essere italiani, e europei, nel senso migliore del termine, non può che significare insistere sulla sfida della civile convivenza, cercando di essere più forti dei rischi che essa comporta. L'alternativa sono le crociate, ovvero quello che fomentano per parte loro Isis, Al Qayda e tutti i fanatici o scaltri che agiscono dietro il paravento delle 'guerre sante'.
Sono convinto che la soluzione non possa essere quella di organizzarsi per accogliere al meglio 'chiunque arrivi', perché realisticamente non è in condizioni per assorbire dignitosamente a oltranza questi carichi di fuggiaschi. La vera soluzione sarebbe quella di rimuovere nei paesi d'origine le ragioni che inducono tante persone a fuggire: impresa improba, ma questo è.
Detto questo, credo che snellire le procedure di concessione del diritto d'asilo, e far si che il resto dell'Europa adotti lo stesso modus operandi richiesto all'Italia (e non come l'Austria che respinge i rifugiati alla frontiera) sono migliorie di percorso che sarebbe opportuno conseguire. Assieme al superare tanta retorica xenofoba accompagna i dibattiti politici intorno a questo tema. E cercare di prendere il buono che c'è da questa situazione, quando c'è.
Ad esempio: in Italia ci sono circa 6mila i paesi fantasma, abbandonati o a rischio di abbandono. Alcuni muoiono senza colpo ferire, e amen. Altri sperimentano qualcosa per opporsi al destino segnato: ad esempio, cercando di creare le condizioni perché non-italiani (i rifugiati, appunto) accettino di abitarli, anche in condizioni in cui gli italiani non accetterebbero più di farlo; e così facendo, si oppongono concretamente all'oblio del centro abitato. Anni fa ho toccato con mano la validità di questo modello a Riace, dove tutt'ora mi pare che sostanzialmente funzioni: quest'anno mi è saltato agli occhi il caso di Acquaformosa, una storia che appare altrettanto valida, anche se non verificata direttamente sul posto. Ho letto anche di Asciano, che pare stia beneficiando dall'aver attratto gli studenti cinesi che per 6 mesi all'anno frequentano l'Università per stranieri a Siena.
I custodi dell'identità italica (o cattolica) hanno buon gioco nel contrapporre a queste soluzioni la minaccia che portano in seno verso la conservazione della nostra civiltà, o verso l'occupazione (e quindi la sussistenza) della popolazione. Credo che la crisi occupazionale di quest'epoca, in Italia, abbia ben poco a che fare con gli sbarchi di immigrati; con la concorrenza sleale da parte di certi paesi (Cina su tutti, tanto per esser chiaro), magari sì; ma questo è un altro discorso.
Concordo piuttosto sul fatto che tra le migliaia di persone che arrembano l'Europa dal sud del mondo ve ne siano anche diverse che lo fanno con l'ambizione di sovvertire il nostro modo di vivere, imponendoci la sharia o altre amenità assurde. Eppure se la civiltà occidentale, o meglio ancora 'europea' un primato ha conseguito nel tempo è stato quello costruito sulla base della ragione, ovvero del permettere ad ogni pensiero di confrontarsi liberamente con l'altro. Il punto più alto della storia di questo continente, assieme al Rinascimento, è stato l'illuminismo: non certo le Crociate, a cui alcuni 'europei' oggi vorrebbero tornare a far ricorso. E il non esser riuscito ad imporre questo concetto al resto del mondo, perché diventasse un punto fermo per qualsiasi popolazione, è stato di fatto la sua sconfitta.
Continuare a voler essere italiani, e europei, nel senso migliore del termine, non può che significare insistere sulla sfida della civile convivenza, cercando di essere più forti dei rischi che essa comporta. L'alternativa sono le crociate, ovvero quello che fomentano per parte loro Isis, Al Qayda e tutti i fanatici o scaltri che agiscono dietro il paravento delle 'guerre sante'.
domenica 27 aprile 2014
L'audioguida sotto mentite spoglie
Quando possibile, preferire l'umano. Il pane fatto a mano anziché confezionato, il libraio anziché amazon, e così' via: quando possibile e sostenibile, anche economicamente. Il concetto vale anche per la visita guidata ad una mostra. Perché la spiegazione di un' audioguida, per quanto completa ed efficiente, non può essere quella 'live' di una storica dell'arte, che mentre spiega attinge alla sua passione, e che magari presta orecchio alle tue curiosità e richieste di approfondimento. Almeno, di solito.
Ci sono le eccezioni. Quella di un sabato pomeriggio 2014 alla Scuderie del Quirinale di Roma, ad esempio, dov'è allestita la mostra su Frida Kahlo. Visita guidata delle 16.30, quindici partecipanti, 4 euro a testa per circa 60 minuti di percorso. In testa al gruppo una giovane storica dell'arte (lo dichiara presto e giustamente), lieve accento meridionale, sorridente e gradevole nei modi.
Preparata certo, anche troppo. Il giusto preambolo sul contesto storico e familiare che accompagnò vita e opere dell'artista messicana tracima presto in un monologo ininterrotto di retroscena, a volte pertinenti altre didascalici. L'approfondimento sulle opere esposte resta in secondo piano. Tra una spiegazione e l'altra non c'è quasi attimo di tregua, e si dileguano non solo la possibilità di chiedere qualcosa, ma soprattutto quella di fermarsi un attimo a 'respirare' l'opera esposta oltre il tempo dettato dalla guida incaricata. La durata del percorso scema ben oltre i 60 minuti previsti, e consci delle sforamento si osservano le ultime due sale ad un ritmo quasi di cavalleria. Così alla fine, se il visitatore non si è tenuto di scorta una mezz'ora buona del suo tempo personale per 'riparare', si va via dalla mostra non solo senza averne assaporato a pieno il valore, ma anche senza aver goduto un minimo dello splendido panorama sulla Capitale che le Scuderie riservano al momento di ridiscendere le scale.
D'altronde scegliendo l'umano si sceglie anche il suo 'errare'. E tutto si tiene.
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