Sempre più presi
dalle grane personali – spesso molto serie – e disorientati
dall'alternarsi di emergenze da prima pagina che i media propongono,
in questo Paese diventa sempre più difficile soffermarsi più di un
batter di ciglio su ognuno di questi drammi collettivi, perlomeno per
provare un minimo ad essere costruttivi e non solo compassionevoli.
La brutta stagione (quella ufficiale, perché anche l'estate
quest'anno per molti è stata tale) ridimensionerà per cause
naturali la frequenza di sbarchi di aspiranti immigrati o rifugiati
che soprattutto le coste meridionali dell'Italia hanno subito nel
2014. A fine agosto mentre l'Italia e l'Europa annunciavano in tandem
(ma senza scendere troppo nei dettagli) la revisione del sistema
'Frontex', il numero dei morti in acque italiane, annegati sopra o
sotto i barconi, aveva già raggiunto quota 1.600 (mille e seicento).
Due giorni fa (stima Unhcr) già arrivata a 2.500
(duemilacinquecento).
Sono convinto che la
soluzione non possa essere quella di organizzarsi per accogliere al
meglio 'chiunque arrivi', perché realisticamente non è in
condizioni per assorbire dignitosamente a oltranza questi carichi di
fuggiaschi. La vera soluzione sarebbe quella di rimuovere nei paesi
d'origine le ragioni che inducono tante persone a fuggire: impresa
improba, ma questo è.
Detto questo, credo
che snellire le procedure di concessione del diritto d'asilo, e far
si che il resto dell'Europa adotti lo stesso modus operandi richiesto
all'Italia (e non come l'Austria che respinge i rifugiati alla
frontiera) sono migliorie di percorso che sarebbe opportuno
conseguire. Assieme al superare tanta retorica xenofoba accompagna i
dibattiti politici intorno a questo tema. E cercare di prendere il
buono che c'è da questa situazione, quando c'è.
Ad esempio: in Italia
ci sono circa 6mila i paesi fantasma, abbandonati
o a rischio di abbandono. Alcuni muoiono senza colpo ferire, e amen.
Altri sperimentano qualcosa per opporsi al destino segnato: ad
esempio, cercando di creare le condizioni perché non-italiani (i
rifugiati, appunto) accettino di abitarli, anche in condizioni in cui
gli italiani non accetterebbero più di farlo; e così facendo, si
oppongono concretamente all'oblio del centro abitato. Anni fa ho
toccato con mano la validità di questo modello a Riace,
dove tutt'ora mi pare che sostanzialmente funzioni: quest'anno mi è
saltato agli occhi il caso di Acquaformosa,
una storia che appare altrettanto valida, anche se non verificata
direttamente sul posto. Ho letto anche di Asciano, che pare stia
beneficiando dall'aver attratto gli studenti cinesi che per 6 mesi
all'anno frequentano l'Università per stranieri a Siena.
I custodi
dell'identità italica (o cattolica) hanno buon gioco nel
contrapporre a queste soluzioni la minaccia che portano in seno verso
la conservazione della nostra civiltà, o verso l'occupazione (e
quindi la sussistenza) della popolazione. Credo che la crisi
occupazionale di quest'epoca, in Italia, abbia ben poco a che fare
con gli sbarchi di immigrati; con la concorrenza sleale da parte di
certi paesi (Cina su tutti, tanto per esser chiaro), magari sì; ma
questo è un altro discorso.
Concordo piuttosto sul
fatto che tra le migliaia di persone che arrembano l'Europa dal sud
del mondo ve ne siano anche diverse che lo fanno con l'ambizione di
sovvertire il nostro modo di vivere, imponendoci la sharia o altre
amenità assurde. Eppure se la civiltà occidentale, o meglio ancora
'europea' un primato ha conseguito nel tempo è stato quello
costruito sulla base della ragione, ovvero del permettere ad ogni
pensiero di confrontarsi liberamente con l'altro. Il punto più alto
della storia di questo continente, assieme al Rinascimento, è stato
l'illuminismo: non certo le Crociate, a cui alcuni 'europei' oggi
vorrebbero tornare a far ricorso. E il non esser riuscito ad imporre
questo concetto al resto del mondo, perché diventasse un punto
fermo per qualsiasi popolazione, è stato di fatto la sua sconfitta.
Continuare a voler
essere italiani, e europei, nel senso migliore del termine, non può
che significare insistere sulla sfida della civile convivenza,
cercando di essere più forti dei rischi che essa comporta.
L'alternativa sono le crociate, ovvero quello che fomentano per parte
loro Isis, Al Qayda e tutti i fanatici o scaltri che agiscono dietro
il paravento delle 'guerre sante'.
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