domenica 21 settembre 2014
Il Tg per bambini. Che non c'è
Negli ultimi anni ci sono stati sempre un paio di periodi all'anno nei quali mi sono trovato 'costretto' ad assistere integralmente ai tg delle 20: a volte il Tg1, altre il Tg5. Certi giorni si raddoppia, e mi toccano anche quelli delle 13.
Il lato positivo della cosa è che questa 'dieta' rigenera i miei anticorpi per il resto dell'anno. Quello negativo è che tra gli spettatori vicino a me c'è anche qualche bambino, ed in particolare mio figlio.
L'ultima dieta in ordine di tempo, a fine agosto, ci ha proposto per più e più giorni dettagli più o meno minuziosi sugli sgozzamenti operati in Iraq (Isis) o in Italia (cronaca nera), oltre a numerose repliche delle docce gelate pro-Sla da parte di politici e vip, lunghi approfondimenti su ciò che di solito precede o segue i tg (ovvero: il Meteo) e ampie anticipazioni sulla imminente stagione calcistica. Il Tg5, in particolare, mi è parso più di una volta una sorta di 'farcitura' per mezz'ora di spot pro-Premium calcio.
Da tempo in tante case italiane – la nostra tra queste – all'ora di cena si mangia e si parla senza tv accesa, al più con la radio di sottofondo. La maggior parte delle famiglie, tuttavia, scandisce i ritmi del pasto con il telecomando. Poco male se la scelta cade su cartoni e Violette varie; se s'impone il Tg delle 20, però, il discorso è diverso. Resto convinto che schiaffare su occhi e menti di un pre-adolescente tutto ciò che passa quel convento contribuisca ben poco a farne un potenziale cittadino civile, domani.
E' utopistico aspettarsi che certe famiglie rinuncino al tg serale. Forse potremmo ambire a farle optare per un notiziario più adatto agli occhi di un bambino. Se solo ce ne fosse. Con il digitale terrestre la Rai (“servizio pubblico”) è arrivata ad offrire dieci canali in chiaro, senza tener conto dei due sportivi. Perché non azzardare su uno di questi canali un tg delle 20 impaginato in tal senso? Dove magari si dia pure la notizia dei morti per mano dell'Isis, ma si eviti di enfatizzare il particolare della decapitazione, giusto per fare un esempio?
Tra i miei 'amici' da social network figura una redattrice di un Tg nazionale Rai. Giorni fa le ho scritto per sapere che ne pensa. Non ha risposto, per ora almeno. Peccato.
martedì 16 settembre 2014
Le crociate e i paesi fantasma
Sempre più presi
dalle grane personali – spesso molto serie – e disorientati
dall'alternarsi di emergenze da prima pagina che i media propongono,
in questo Paese diventa sempre più difficile soffermarsi più di un
batter di ciglio su ognuno di questi drammi collettivi, perlomeno per
provare un minimo ad essere costruttivi e non solo compassionevoli.
La brutta stagione (quella ufficiale, perché anche l'estate
quest'anno per molti è stata tale) ridimensionerà per cause
naturali la frequenza di sbarchi di aspiranti immigrati o rifugiati
che soprattutto le coste meridionali dell'Italia hanno subito nel
2014. A fine agosto mentre l'Italia e l'Europa annunciavano in tandem
(ma senza scendere troppo nei dettagli) la revisione del sistema
'Frontex', il numero dei morti in acque italiane, annegati sopra o
sotto i barconi, aveva già raggiunto quota 1.600 (mille e seicento).
Due giorni fa (stima Unhcr) già arrivata a 2.500
(duemilacinquecento).
Sono convinto che la soluzione non possa essere quella di organizzarsi per accogliere al meglio 'chiunque arrivi', perché realisticamente non è in condizioni per assorbire dignitosamente a oltranza questi carichi di fuggiaschi. La vera soluzione sarebbe quella di rimuovere nei paesi d'origine le ragioni che inducono tante persone a fuggire: impresa improba, ma questo è.
Detto questo, credo che snellire le procedure di concessione del diritto d'asilo, e far si che il resto dell'Europa adotti lo stesso modus operandi richiesto all'Italia (e non come l'Austria che respinge i rifugiati alla frontiera) sono migliorie di percorso che sarebbe opportuno conseguire. Assieme al superare tanta retorica xenofoba accompagna i dibattiti politici intorno a questo tema. E cercare di prendere il buono che c'è da questa situazione, quando c'è.
Ad esempio: in Italia ci sono circa 6mila i paesi fantasma, abbandonati o a rischio di abbandono. Alcuni muoiono senza colpo ferire, e amen. Altri sperimentano qualcosa per opporsi al destino segnato: ad esempio, cercando di creare le condizioni perché non-italiani (i rifugiati, appunto) accettino di abitarli, anche in condizioni in cui gli italiani non accetterebbero più di farlo; e così facendo, si oppongono concretamente all'oblio del centro abitato. Anni fa ho toccato con mano la validità di questo modello a Riace, dove tutt'ora mi pare che sostanzialmente funzioni: quest'anno mi è saltato agli occhi il caso di Acquaformosa, una storia che appare altrettanto valida, anche se non verificata direttamente sul posto. Ho letto anche di Asciano, che pare stia beneficiando dall'aver attratto gli studenti cinesi che per 6 mesi all'anno frequentano l'Università per stranieri a Siena.
I custodi dell'identità italica (o cattolica) hanno buon gioco nel contrapporre a queste soluzioni la minaccia che portano in seno verso la conservazione della nostra civiltà, o verso l'occupazione (e quindi la sussistenza) della popolazione. Credo che la crisi occupazionale di quest'epoca, in Italia, abbia ben poco a che fare con gli sbarchi di immigrati; con la concorrenza sleale da parte di certi paesi (Cina su tutti, tanto per esser chiaro), magari sì; ma questo è un altro discorso.
Concordo piuttosto sul fatto che tra le migliaia di persone che arrembano l'Europa dal sud del mondo ve ne siano anche diverse che lo fanno con l'ambizione di sovvertire il nostro modo di vivere, imponendoci la sharia o altre amenità assurde. Eppure se la civiltà occidentale, o meglio ancora 'europea' un primato ha conseguito nel tempo è stato quello costruito sulla base della ragione, ovvero del permettere ad ogni pensiero di confrontarsi liberamente con l'altro. Il punto più alto della storia di questo continente, assieme al Rinascimento, è stato l'illuminismo: non certo le Crociate, a cui alcuni 'europei' oggi vorrebbero tornare a far ricorso. E il non esser riuscito ad imporre questo concetto al resto del mondo, perché diventasse un punto fermo per qualsiasi popolazione, è stato di fatto la sua sconfitta.
Continuare a voler essere italiani, e europei, nel senso migliore del termine, non può che significare insistere sulla sfida della civile convivenza, cercando di essere più forti dei rischi che essa comporta. L'alternativa sono le crociate, ovvero quello che fomentano per parte loro Isis, Al Qayda e tutti i fanatici o scaltri che agiscono dietro il paravento delle 'guerre sante'.
Sono convinto che la soluzione non possa essere quella di organizzarsi per accogliere al meglio 'chiunque arrivi', perché realisticamente non è in condizioni per assorbire dignitosamente a oltranza questi carichi di fuggiaschi. La vera soluzione sarebbe quella di rimuovere nei paesi d'origine le ragioni che inducono tante persone a fuggire: impresa improba, ma questo è.
Detto questo, credo che snellire le procedure di concessione del diritto d'asilo, e far si che il resto dell'Europa adotti lo stesso modus operandi richiesto all'Italia (e non come l'Austria che respinge i rifugiati alla frontiera) sono migliorie di percorso che sarebbe opportuno conseguire. Assieme al superare tanta retorica xenofoba accompagna i dibattiti politici intorno a questo tema. E cercare di prendere il buono che c'è da questa situazione, quando c'è.
Ad esempio: in Italia ci sono circa 6mila i paesi fantasma, abbandonati o a rischio di abbandono. Alcuni muoiono senza colpo ferire, e amen. Altri sperimentano qualcosa per opporsi al destino segnato: ad esempio, cercando di creare le condizioni perché non-italiani (i rifugiati, appunto) accettino di abitarli, anche in condizioni in cui gli italiani non accetterebbero più di farlo; e così facendo, si oppongono concretamente all'oblio del centro abitato. Anni fa ho toccato con mano la validità di questo modello a Riace, dove tutt'ora mi pare che sostanzialmente funzioni: quest'anno mi è saltato agli occhi il caso di Acquaformosa, una storia che appare altrettanto valida, anche se non verificata direttamente sul posto. Ho letto anche di Asciano, che pare stia beneficiando dall'aver attratto gli studenti cinesi che per 6 mesi all'anno frequentano l'Università per stranieri a Siena.
I custodi dell'identità italica (o cattolica) hanno buon gioco nel contrapporre a queste soluzioni la minaccia che portano in seno verso la conservazione della nostra civiltà, o verso l'occupazione (e quindi la sussistenza) della popolazione. Credo che la crisi occupazionale di quest'epoca, in Italia, abbia ben poco a che fare con gli sbarchi di immigrati; con la concorrenza sleale da parte di certi paesi (Cina su tutti, tanto per esser chiaro), magari sì; ma questo è un altro discorso.
Concordo piuttosto sul fatto che tra le migliaia di persone che arrembano l'Europa dal sud del mondo ve ne siano anche diverse che lo fanno con l'ambizione di sovvertire il nostro modo di vivere, imponendoci la sharia o altre amenità assurde. Eppure se la civiltà occidentale, o meglio ancora 'europea' un primato ha conseguito nel tempo è stato quello costruito sulla base della ragione, ovvero del permettere ad ogni pensiero di confrontarsi liberamente con l'altro. Il punto più alto della storia di questo continente, assieme al Rinascimento, è stato l'illuminismo: non certo le Crociate, a cui alcuni 'europei' oggi vorrebbero tornare a far ricorso. E il non esser riuscito ad imporre questo concetto al resto del mondo, perché diventasse un punto fermo per qualsiasi popolazione, è stato di fatto la sua sconfitta.
Continuare a voler essere italiani, e europei, nel senso migliore del termine, non può che significare insistere sulla sfida della civile convivenza, cercando di essere più forti dei rischi che essa comporta. L'alternativa sono le crociate, ovvero quello che fomentano per parte loro Isis, Al Qayda e tutti i fanatici o scaltri che agiscono dietro il paravento delle 'guerre sante'.
domenica 27 aprile 2014
L'audioguida sotto mentite spoglie
Quando possibile, preferire l'umano. Il pane fatto a mano anziché confezionato, il libraio anziché amazon, e così' via: quando possibile e sostenibile, anche economicamente. Il concetto vale anche per la visita guidata ad una mostra. Perché la spiegazione di un' audioguida, per quanto completa ed efficiente, non può essere quella 'live' di una storica dell'arte, che mentre spiega attinge alla sua passione, e che magari presta orecchio alle tue curiosità e richieste di approfondimento. Almeno, di solito.
Ci sono le eccezioni. Quella di un sabato pomeriggio 2014 alla Scuderie del Quirinale di Roma, ad esempio, dov'è allestita la mostra su Frida Kahlo. Visita guidata delle 16.30, quindici partecipanti, 4 euro a testa per circa 60 minuti di percorso. In testa al gruppo una giovane storica dell'arte (lo dichiara presto e giustamente), lieve accento meridionale, sorridente e gradevole nei modi.
Preparata certo, anche troppo. Il giusto preambolo sul contesto storico e familiare che accompagnò vita e opere dell'artista messicana tracima presto in un monologo ininterrotto di retroscena, a volte pertinenti altre didascalici. L'approfondimento sulle opere esposte resta in secondo piano. Tra una spiegazione e l'altra non c'è quasi attimo di tregua, e si dileguano non solo la possibilità di chiedere qualcosa, ma soprattutto quella di fermarsi un attimo a 'respirare' l'opera esposta oltre il tempo dettato dalla guida incaricata. La durata del percorso scema ben oltre i 60 minuti previsti, e consci delle sforamento si osservano le ultime due sale ad un ritmo quasi di cavalleria. Così alla fine, se il visitatore non si è tenuto di scorta una mezz'ora buona del suo tempo personale per 'riparare', si va via dalla mostra non solo senza averne assaporato a pieno il valore, ma anche senza aver goduto un minimo dello splendido panorama sulla Capitale che le Scuderie riservano al momento di ridiscendere le scale.
D'altronde scegliendo l'umano si sceglie anche il suo 'errare'. E tutto si tiene.
lunedì 10 febbraio 2014
L'arte superflua per chi studia turismo
Allargando il campo di visuale, la querelle del Santa Maria della Scala potrebbe esser liquidata come questione strettamente locale, propria di una 'comunità' che avrebbe fatto a gestirla più saggiamente e per tempo, e che in essa rischia di avvitarsi nuovamente se continuerà a trattarla in funzione di tornaconti politico-elettorali, come forse sta avvenendo in questi giorni.
Peggio per Siena, se così è dunque. Ma quella di un equilibrato rapporto tra soldi privati e patrimonio pubblico è invece questione d'interesse della nazione tutta: Salvatore Settis su Repubblica nei giorni scorsi invitava a distinguere tra capitali privati 'furbi' e quelli che si avvicinano alla cultura con visione lungimirante, sia per sé che per la comunità, invitando ad adottare norme che incentivino questi ultimi a scapito dei primi. Pare che ci sia bisogno, perché di siti espositivi dove questo rapporto è squilibrato sembrano essercene diversi, da nord a sud.
Sperare che mani sagge intervengano non costa nulla. Intanto, però: la detraibilità delle spese per l'acquisto di libri, annunciata dal Governo a fine 2013, è sparita. E l'insegnamento della storia dell'arte nelle scuole superiori, stando all'attuale Ministro dell'Istruzione, tornerà ad aumentare nei soli licei classici, mentre negli istituti di formazione turistica continuerà ad essere dispersa. Ma non era l'arte uno dei principali motivi di attrazione di questo Paese?
domenica 9 febbraio 2014
La cultura e la farina
Come buona parte dei
più enfatizzati provvedimenti governativi degli ultimi anni, a
distanza di quattro mesi il Decreto Bray sulla cultura zoppica in più
parti per mancanza di altri provvedimenti attuativi. I mesi trascorsi
non hanno smorzato l'attualità degli interrogativi sulla
'monetizzazione spinta' della cultura in Italia; parallelamente, tra
le buone pratiche del made in Italy che funzione si è ulteriormente
affermata quella di Oscar Farinetti e della sua Eataly,
I due temi si sono affiancati negli ultimi giorni a Siena, dove più d'uno annuncia come prossimo lo 'sbarco' del concept store farinettiano all'interno del complesso museale Santa Maria della Scala. Tomaso Montanari, qui citato in precedenza, ne ha messo all'indice la prospettiva con un articolo su Il Fatto, suscitando repliche più o meno indignate nella città.
Se non ricordo male, quando il futuro dell'ex spedale senese era un grandioso progetto tutto da costruire, la presenza di esercizi commerciali era contemperata al suo interno al pari (o meglio, in armonia, per quanto possibile) con la sua esposizione e produzione culturale. Che mirabili opere d'arte possano coabitare con bookshop e punti ristoro lo testimoniano centinaia di sedi espositive in tutto il mondo, dalle più prestigiose in giù. Anche questa potrebbe essere (molto più dell'ipotetico 'museo del Palio', ad esempio) una componente per fare del SMS quello che dovrebbe essere, ovvero un centro culturale 'vivo'.
Il punto credo non sia se questa debba o meno avvenire, piuttosto il 'come': valutare se Eataly è adatto a piazza del Duomo di Siena non dovrebbe prescinderne dal conoscere prima maggiori dettagli sullo (eventuale) specifico progetto. Un conto è se la parte food diventasse una componente 'mite' in un contesto ricco anche di altre attrattive, un altro se questa divenisse l'unica ragione, o la più vistosa, per frequentare il complesso.
E' illusorio pensare che la produzione culturale in questo paese possa prescinderne dal 'fare patti' con varie forme di sostentamento. Ma è anche vero che nel momento in cui la si svende non è più cultura, o quanto meno non nel senso in cui per lungo tempo l'Italia ne ha fatto un vanto agli occhi del mondo. Difronte e vicino al Santa Maria della Scala ci sono esempi sintomatici, a mio avviso, di come questo dovrebbe o non dovrebbe avvenire.
I due temi si sono affiancati negli ultimi giorni a Siena, dove più d'uno annuncia come prossimo lo 'sbarco' del concept store farinettiano all'interno del complesso museale Santa Maria della Scala. Tomaso Montanari, qui citato in precedenza, ne ha messo all'indice la prospettiva con un articolo su Il Fatto, suscitando repliche più o meno indignate nella città.
Se non ricordo male, quando il futuro dell'ex spedale senese era un grandioso progetto tutto da costruire, la presenza di esercizi commerciali era contemperata al suo interno al pari (o meglio, in armonia, per quanto possibile) con la sua esposizione e produzione culturale. Che mirabili opere d'arte possano coabitare con bookshop e punti ristoro lo testimoniano centinaia di sedi espositive in tutto il mondo, dalle più prestigiose in giù. Anche questa potrebbe essere (molto più dell'ipotetico 'museo del Palio', ad esempio) una componente per fare del SMS quello che dovrebbe essere, ovvero un centro culturale 'vivo'.
Il punto credo non sia se questa debba o meno avvenire, piuttosto il 'come': valutare se Eataly è adatto a piazza del Duomo di Siena non dovrebbe prescinderne dal conoscere prima maggiori dettagli sullo (eventuale) specifico progetto. Un conto è se la parte food diventasse una componente 'mite' in un contesto ricco anche di altre attrattive, un altro se questa divenisse l'unica ragione, o la più vistosa, per frequentare il complesso.
E' illusorio pensare che la produzione culturale in questo paese possa prescinderne dal 'fare patti' con varie forme di sostentamento. Ma è anche vero che nel momento in cui la si svende non è più cultura, o quanto meno non nel senso in cui per lungo tempo l'Italia ne ha fatto un vanto agli occhi del mondo. Difronte e vicino al Santa Maria della Scala ci sono esempi sintomatici, a mio avviso, di come questo dovrebbe o non dovrebbe avvenire.
lunedì 14 ottobre 2013
La moneta, la cultura e un popolo senza più pietre
In questa Italia dove
si continuano a svendere all'estero pezzi che un tempo significavano
sviluppo e lavoro per migliaia di persone, si continua anche ad
indicare la cultura come uno dei cosiddetti 'asset' sui cui costruire
barlumi di ripresa. Il nobile fine ha da qualche giorno anche una
fresca vernice normativa , ovvero un Decreto a firma del Ministro
Bray che dovrà dimostrare nei mesi a venire di essere più ricco di
contenuti pratici (ad esempio gli incentivi al cinema ed agli enti
lirici) che lacunoso su altri aspetti da esso non toccati.
Staremo a vedere. Nel frattempo, c'è dell'altro. Rimettendo in fila un po' di fatti degli ultimi anni, mi è apparsa più volte verosimile l'obiezione di chi osserva come lo 'sviluppare futuro tramite la cultura' sia stata molto spesso interpretato nel senso di monetizzare tutto ciò che sotto una parvenza culturale potesse far scena (e soldi). Si possono leggere in questo senso l'assegnazione di ruoli strategici nel settore a persone di curriculum e visione spiccatamente aziendalista, oppure la sovrapposizione del concetto di turismo a quello di cultura, come fossero la stessa cosa.
Ieri in libreria ho sfogliato un libro uscito da poco, “Le pietre al popolo”, a firma Tomaso Montanari. Per ragioni contingenti non l'ho comprato, ma oltre allo stupore per certi fatti citati in quarta di copertina, relativi all'uso 'anomalo' di siti culturali a Milano Napoli o Firenze, ho scorso un eloquente capitolo primo, intitolato “l'eclissi di Siena”, e dedicato in particolare a come di fatto la città abbia messo in mano ad altri già da tempo la gestione di uno dei suoi tesori più ammirati (e sacri), l'acropoli, e di come anche il resto del patrimonio artistico sia inclinato verso la stessa direzione. Leggendolo con attenzione credo vi si possano trovare richiami evidenti non solo a tutto quanto di più nefasto e appariscente compromette l'immagine di questa città da un paio d'anni almeno, ma anche a quella monetizzazione spinta della cultura (a all'impoverimento della sua ragion d'essere) che sembra caratterizzare l'Italia un po' tutta, e probabilmente non solo.
A che deve servire, tutto ciò che è 'cultura'? “Ad elevare le élite” disse qualche tempo fa Philippe Daverio. Ovvero, per come l'ho intesa io, a porre le basi per stimolare idee nuove nelle persone (chiunque esse siano) capaci di creare un futuro migliore per sé e per la comunità (le 'culture') in cui vivono. Se questa funzione viene meno, quel che resta è solo la pronta cassa (per pochi, magari); e quando finisce questa, senza uno scenario immaginato per tempo, rischia di esserci il nulla. O magari, solo un terreno fertile a buon prezzo per colonizzatori esteri.
Staremo a vedere. Nel frattempo, c'è dell'altro. Rimettendo in fila un po' di fatti degli ultimi anni, mi è apparsa più volte verosimile l'obiezione di chi osserva come lo 'sviluppare futuro tramite la cultura' sia stata molto spesso interpretato nel senso di monetizzare tutto ciò che sotto una parvenza culturale potesse far scena (e soldi). Si possono leggere in questo senso l'assegnazione di ruoli strategici nel settore a persone di curriculum e visione spiccatamente aziendalista, oppure la sovrapposizione del concetto di turismo a quello di cultura, come fossero la stessa cosa.
Ieri in libreria ho sfogliato un libro uscito da poco, “Le pietre al popolo”, a firma Tomaso Montanari. Per ragioni contingenti non l'ho comprato, ma oltre allo stupore per certi fatti citati in quarta di copertina, relativi all'uso 'anomalo' di siti culturali a Milano Napoli o Firenze, ho scorso un eloquente capitolo primo, intitolato “l'eclissi di Siena”, e dedicato in particolare a come di fatto la città abbia messo in mano ad altri già da tempo la gestione di uno dei suoi tesori più ammirati (e sacri), l'acropoli, e di come anche il resto del patrimonio artistico sia inclinato verso la stessa direzione. Leggendolo con attenzione credo vi si possano trovare richiami evidenti non solo a tutto quanto di più nefasto e appariscente compromette l'immagine di questa città da un paio d'anni almeno, ma anche a quella monetizzazione spinta della cultura (a all'impoverimento della sua ragion d'essere) che sembra caratterizzare l'Italia un po' tutta, e probabilmente non solo.
A che deve servire, tutto ciò che è 'cultura'? “Ad elevare le élite” disse qualche tempo fa Philippe Daverio. Ovvero, per come l'ho intesa io, a porre le basi per stimolare idee nuove nelle persone (chiunque esse siano) capaci di creare un futuro migliore per sé e per la comunità (le 'culture') in cui vivono. Se questa funzione viene meno, quel che resta è solo la pronta cassa (per pochi, magari); e quando finisce questa, senza uno scenario immaginato per tempo, rischia di esserci il nulla. O magari, solo un terreno fertile a buon prezzo per colonizzatori esteri.
lunedì 22 ottobre 2012
La cultura che mangia
Due dati consolidati. Il primo: da lungo tempo, se non proprio da sempre,
l’offerta culturale (beni artistici, paesaggio, eventi) è la
prima ragione di attrazione per i turisti in Toscana, e quindi
in terra di Siena. Il secondo: la seconda motivazione è l’offerta
enogastronomica, che spesso soddisfa il visitatore una volta giunto sul
posto più di quanto si sarebbe aspettato. Detto questo, in tempo di crisi
è…crisi per tutti, anche per chi offre cibo per gli occhi e per il palato. Siena
e la Toscana non fanno certo eccezione, e le reazioni sono contraddittorie. Se
da un parte la promozione turistica si sta orientando sempre
più al ‘fai da te’ (se non proprio al tutti contro tutti),
dall’altra si registrano segnali degni di nota per la serie “l’unione fa
la forza”; anche tra i due segmenti di offerta di cui stiamo in questo
caso parlando. Sintomatico quanto avvenuto a fine settembre a Villa
Bardini, uno dei siti culturali più rilevanti (forte sia del paesaggio,
che di opere d’arte) di Firenze. Non solo perché un museo di primaria importanza
è diventato per una sera luogo di ristorazione (le terre di Siena vantano
importanti precedenti, dalle ‘Degustazioni ad arte” alle cene nel museo della
Mezzadria del novembre 2011), ma soprattutto perché la
scommessa di far ‘legare’ questi due mondi è stata fatta
propria da Regione e Toscana Promozione, ovvero il braccio
operativo della promozione turistica in Toscana dopo la riforma del 2011. Ed è
quasi un dettaglio (degno comunque di nota) il fatto che l’idea di questa
sperimentazione è arrivata da Siena (via Confesercenti). Quel
che più conta ora è il pieno di consensi raccolto tra i presenti alla serata
(giornalisti, bloggers, tour operators), che aveva carattere sperimentale e che
ora sembra destinata a ripetersi in forma itinerante sul territorio regionale,
prima di dare spunto ad un vero e proprio pacchetto turistico
da proporre anche all’estero.
Sono passati più di dieci anni da quando i promotori di una nuova iniziativa che avesse per protagonisti i ristoranti senesi pensarono di sottotitolarla con uno slogan quasi avveniristico: “arte, cultura & tradizioni culinarie”. Il nome dell’iniziativa era Girogustando, e all’atto pratico sotto questo marchio in più di decennio sono stati sperimentati gli abbinamenti più diversificati. Oggi che quel marchio piace anche altrove – prova ne è la prima edizione di Girogustando a Padova, dopo quelle in Umbria - lo slogan è più reale che mai, e molti puristi scettici sull’accostamento si sono dovuti nel frattempo ricredere. Oggi ci si interroga in modo preoccupato sul passato e il futuro di certi luoghi-principe della cultura a Siena, su tutti quel Santa Maria della Scala dove anche il capitolo-ristorazione è rimasto tra gli incompiuti. Tra dibatti, proroghe e angosce (dei lavoratori) c’è chi prova ad insistere su questo binomio che prova a diventare strategico per la nostra economia. Dall’APPeritivo di MangiareaSiena al Mercato nel Campo, passando per il Trekking urbano, in queste pagine presentiamo solo alcuni degli esempi di iniziative concrete che questo territorio sta mettendo in campo, sotto la cornice “cibo&cultura”. C’’è da augurarsi che altre ne seguano, sempre migliori, se è vero quanto scritto sopra. Qualche anno fa un Ministro ebbe a dire che con la cultura non si mangia. Il rischio reale, oggi, è che facendone a meno si mangi ancor meno.
(pubblicato nel n.5/2012 della rivista C&T - Commercio & turismo)
Sono passati più di dieci anni da quando i promotori di una nuova iniziativa che avesse per protagonisti i ristoranti senesi pensarono di sottotitolarla con uno slogan quasi avveniristico: “arte, cultura & tradizioni culinarie”. Il nome dell’iniziativa era Girogustando, e all’atto pratico sotto questo marchio in più di decennio sono stati sperimentati gli abbinamenti più diversificati. Oggi che quel marchio piace anche altrove – prova ne è la prima edizione di Girogustando a Padova, dopo quelle in Umbria - lo slogan è più reale che mai, e molti puristi scettici sull’accostamento si sono dovuti nel frattempo ricredere. Oggi ci si interroga in modo preoccupato sul passato e il futuro di certi luoghi-principe della cultura a Siena, su tutti quel Santa Maria della Scala dove anche il capitolo-ristorazione è rimasto tra gli incompiuti. Tra dibatti, proroghe e angosce (dei lavoratori) c’è chi prova ad insistere su questo binomio che prova a diventare strategico per la nostra economia. Dall’APPeritivo di MangiareaSiena al Mercato nel Campo, passando per il Trekking urbano, in queste pagine presentiamo solo alcuni degli esempi di iniziative concrete che questo territorio sta mettendo in campo, sotto la cornice “cibo&cultura”. C’’è da augurarsi che altre ne seguano, sempre migliori, se è vero quanto scritto sopra. Qualche anno fa un Ministro ebbe a dire che con la cultura non si mangia. Il rischio reale, oggi, è che facendone a meno si mangi ancor meno.
(pubblicato nel n.5/2012 della rivista C&T - Commercio & turismo)
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