Come buona parte dei
più enfatizzati provvedimenti governativi degli ultimi anni, a
distanza di quattro mesi il Decreto Bray sulla cultura zoppica in più
parti per mancanza di altri provvedimenti attuativi. I mesi trascorsi
non hanno smorzato l'attualità degli interrogativi sulla
'monetizzazione spinta' della cultura in Italia; parallelamente, tra
le buone pratiche del made in Italy che funzione si è ulteriormente
affermata quella di Oscar Farinetti e della sua Eataly,
I due temi si sono
affiancati negli ultimi giorni a Siena, dove più d'uno annuncia come
prossimo lo 'sbarco' del concept store farinettiano all'interno del
complesso museale Santa Maria della Scala. Tomaso Montanari, qui
citato in precedenza, ne ha messo all'indice la prospettiva con un
articolo su Il Fatto, suscitando repliche più o meno indignate nella
città.
Se non ricordo male,
quando il futuro dell'ex spedale senese era un grandioso progetto
tutto da costruire, la presenza di esercizi commerciali era
contemperata al suo interno al pari (o meglio, in armonia, per quanto
possibile) con la sua esposizione e produzione culturale. Che
mirabili opere d'arte possano coabitare con bookshop e punti ristoro
lo testimoniano centinaia di sedi espositive in tutto il mondo, dalle
più prestigiose in giù. Anche questa potrebbe essere (molto più
dell'ipotetico 'museo del Palio', ad esempio) una componente per fare
del SMS quello che dovrebbe essere, ovvero un centro culturale
'vivo'.
Il punto credo non sia
se questa debba o meno avvenire, piuttosto il 'come': valutare se
Eataly è adatto a piazza del Duomo di Siena non dovrebbe
prescinderne dal conoscere prima maggiori dettagli sullo (eventuale)
specifico progetto. Un conto è se la parte food diventasse una
componente 'mite' in un contesto ricco anche di altre attrattive, un
altro se questa divenisse l'unica ragione, o la più vistosa, per
frequentare il complesso.
E' illusorio pensare
che la produzione culturale in questo paese possa prescinderne dal
'fare patti' con varie forme di sostentamento. Ma è anche vero che
nel momento in cui la si svende non è più cultura, o quanto meno
non nel senso in cui per lungo tempo l'Italia ne ha fatto un vanto
agli occhi del mondo. Difronte e vicino al Santa Maria della Scala ci
sono esempi sintomatici, a mio avviso, di come questo dovrebbe o non
dovrebbe avvenire.
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