Sempre più presi
dalle grane personali – spesso molto serie – e disorientati
dall'alternarsi di emergenze da prima pagina che i media propongono,
in questo Paese diventa sempre più difficile soffermarsi più di un
batter di ciglio su ognuno di questi drammi collettivi, perlomeno per
provare un minimo ad essere costruttivi e non solo compassionevoli.
La brutta stagione (quella ufficiale, perché anche l'estate
quest'anno per molti è stata tale) ridimensionerà per cause
naturali la frequenza di sbarchi di aspiranti immigrati o rifugiati
che soprattutto le coste meridionali dell'Italia hanno subito nel
2014. A fine agosto mentre l'Italia e l'Europa annunciavano in tandem
(ma senza scendere troppo nei dettagli) la revisione del sistema
'Frontex', il numero dei morti in acque italiane, annegati sopra o
sotto i barconi, aveva già raggiunto quota 1.600 (mille e seicento).
Due giorni fa (stima Unhcr) già arrivata a 2.500
(duemilacinquecento).
Sono convinto che la
soluzione non possa essere quella di organizzarsi per accogliere al
meglio 'chiunque arrivi', perché realisticamente non è in
condizioni per assorbire dignitosamente a oltranza questi carichi di
fuggiaschi. La vera soluzione sarebbe quella di rimuovere nei paesi
d'origine le ragioni che inducono tante persone a fuggire: impresa
improba, ma questo è.
Detto questo, credo
che snellire le procedure di concessione del diritto d'asilo, e far
si che il resto dell'Europa adotti lo stesso modus operandi richiesto
all'Italia (e non come l'Austria che respinge i rifugiati alla
frontiera) sono migliorie di percorso che sarebbe opportuno
conseguire. Assieme al superare tanta retorica xenofoba accompagna i
dibattiti politici intorno a questo tema. E cercare di prendere il
buono che c'è da questa situazione, quando c'è.
Ad esempio: in Italia
ci sono circa 6mila i paesi fantasma, abbandonati
o a rischio di abbandono. Alcuni muoiono senza colpo ferire, e amen.
Altri sperimentano qualcosa per opporsi al destino segnato: ad
esempio, cercando di creare le condizioni perché non-italiani (i
rifugiati, appunto) accettino di abitarli, anche in condizioni in cui
gli italiani non accetterebbero più di farlo; e così facendo, si
oppongono concretamente all'oblio del centro abitato. Anni fa ho
toccato con mano la validità di questo modello a Riace,
dove tutt'ora mi pare che sostanzialmente funzioni: quest'anno mi è
saltato agli occhi il caso di Acquaformosa,
una storia che appare altrettanto valida, anche se non verificata
direttamente sul posto. Ho letto anche di Asciano, che pare stia
beneficiando dall'aver attratto gli studenti cinesi che per 6 mesi
all'anno frequentano l'Università per stranieri a Siena.
I custodi
dell'identità italica (o cattolica) hanno buon gioco nel
contrapporre a queste soluzioni la minaccia che portano in seno verso
la conservazione della nostra civiltà, o verso l'occupazione (e
quindi la sussistenza) della popolazione. Credo che la crisi
occupazionale di quest'epoca, in Italia, abbia ben poco a che fare
con gli sbarchi di immigrati; con la concorrenza sleale da parte di
certi paesi (Cina su tutti, tanto per esser chiaro), magari sì; ma
questo è un altro discorso.
Concordo piuttosto sul
fatto che tra le migliaia di persone che arrembano l'Europa dal sud
del mondo ve ne siano anche diverse che lo fanno con l'ambizione di
sovvertire il nostro modo di vivere, imponendoci la sharia o altre
amenità assurde. Eppure se la civiltà occidentale, o meglio ancora
'europea' un primato ha conseguito nel tempo è stato quello
costruito sulla base della ragione, ovvero del permettere ad ogni
pensiero di confrontarsi liberamente con l'altro. Il punto più alto
della storia di questo continente, assieme al Rinascimento, è stato
l'illuminismo: non certo le Crociate, a cui alcuni 'europei' oggi
vorrebbero tornare a far ricorso. E il non esser riuscito ad imporre
questo concetto al resto del mondo, perché diventasse un punto
fermo per qualsiasi popolazione, è stato di fatto la sua sconfitta.
Continuare a voler
essere italiani, e europei, nel senso migliore del termine, non può
che significare insistere sulla sfida della civile convivenza,
cercando di essere più forti dei rischi che essa comporta.
L'alternativa sono le crociate, ovvero quello che fomentano per parte
loro Isis, Al Qayda e tutti i fanatici o scaltri che agiscono dietro
il paravento delle 'guerre sante'.
martedì 16 settembre 2014
domenica 27 aprile 2014
L'audioguida sotto mentite spoglie
Quando possibile, preferire l'umano. Il pane fatto a mano anziché confezionato, il libraio anziché amazon, e così' via: quando possibile e sostenibile, anche economicamente. Il concetto vale anche per la visita guidata ad una mostra. Perché la spiegazione di un' audioguida, per quanto completa ed efficiente, non può essere quella 'live' di una storica dell'arte, che mentre spiega attinge alla sua passione, e che magari presta orecchio alle tue curiosità e richieste di approfondimento. Almeno, di solito.
Ci sono le eccezioni. Quella di un sabato pomeriggio 2014 alla Scuderie del Quirinale di Roma, ad esempio, dov'è allestita la mostra su Frida Kahlo. Visita guidata delle 16.30, quindici partecipanti, 4 euro a testa per circa 60 minuti di percorso. In testa al gruppo una giovane storica dell'arte (lo dichiara presto e giustamente), lieve accento meridionale, sorridente e gradevole nei modi.
Preparata certo, anche troppo. Il giusto preambolo sul contesto storico e familiare che accompagnò vita e opere dell'artista messicana tracima presto in un monologo ininterrotto di retroscena, a volte pertinenti altre didascalici. L'approfondimento sulle opere esposte resta in secondo piano. Tra una spiegazione e l'altra non c'è quasi attimo di tregua, e si dileguano non solo la possibilità di chiedere qualcosa, ma soprattutto quella di fermarsi un attimo a 'respirare' l'opera esposta oltre il tempo dettato dalla guida incaricata. La durata del percorso scema ben oltre i 60 minuti previsti, e consci delle sforamento si osservano le ultime due sale ad un ritmo quasi di cavalleria. Così alla fine, se il visitatore non si è tenuto di scorta una mezz'ora buona del suo tempo personale per 'riparare', si va via dalla mostra non solo senza averne assaporato a pieno il valore, ma anche senza aver goduto un minimo dello splendido panorama sulla Capitale che le Scuderie riservano al momento di ridiscendere le scale.
D'altronde scegliendo l'umano si sceglie anche il suo 'errare'. E tutto si tiene.
lunedì 10 febbraio 2014
L'arte superflua per chi studia turismo
Allargando il campo di visuale, la querelle del Santa Maria della Scala potrebbe esser liquidata come questione strettamente locale, propria di una 'comunità' che avrebbe fatto a gestirla più saggiamente e per tempo, e che in essa rischia di avvitarsi nuovamente se continuerà a trattarla in funzione di tornaconti politico-elettorali, come forse sta avvenendo in questi giorni.
Peggio per Siena, se così è dunque. Ma quella di un equilibrato rapporto tra soldi privati e patrimonio pubblico è invece questione d'interesse della nazione tutta: Salvatore Settis su Repubblica nei giorni scorsi invitava a distinguere tra capitali privati 'furbi' e quelli che si avvicinano alla cultura con visione lungimirante, sia per sé che per la comunità, invitando ad adottare norme che incentivino questi ultimi a scapito dei primi. Pare che ci sia bisogno, perché di siti espositivi dove questo rapporto è squilibrato sembrano essercene diversi, da nord a sud.
Sperare che mani sagge intervengano non costa nulla. Intanto, però: la detraibilità delle spese per l'acquisto di libri, annunciata dal Governo a fine 2013, è sparita. E l'insegnamento della storia dell'arte nelle scuole superiori, stando all'attuale Ministro dell'Istruzione, tornerà ad aumentare nei soli licei classici, mentre negli istituti di formazione turistica continuerà ad essere dispersa. Ma non era l'arte uno dei principali motivi di attrazione di questo Paese?
domenica 9 febbraio 2014
La cultura e la farina
Come buona parte dei
più enfatizzati provvedimenti governativi degli ultimi anni, a
distanza di quattro mesi il Decreto Bray sulla cultura zoppica in più
parti per mancanza di altri provvedimenti attuativi. I mesi trascorsi
non hanno smorzato l'attualità degli interrogativi sulla
'monetizzazione spinta' della cultura in Italia; parallelamente, tra
le buone pratiche del made in Italy che funzione si è ulteriormente
affermata quella di Oscar Farinetti e della sua Eataly,
I due temi si sono affiancati negli ultimi giorni a Siena, dove più d'uno annuncia come prossimo lo 'sbarco' del concept store farinettiano all'interno del complesso museale Santa Maria della Scala. Tomaso Montanari, qui citato in precedenza, ne ha messo all'indice la prospettiva con un articolo su Il Fatto, suscitando repliche più o meno indignate nella città.
Se non ricordo male, quando il futuro dell'ex spedale senese era un grandioso progetto tutto da costruire, la presenza di esercizi commerciali era contemperata al suo interno al pari (o meglio, in armonia, per quanto possibile) con la sua esposizione e produzione culturale. Che mirabili opere d'arte possano coabitare con bookshop e punti ristoro lo testimoniano centinaia di sedi espositive in tutto il mondo, dalle più prestigiose in giù. Anche questa potrebbe essere (molto più dell'ipotetico 'museo del Palio', ad esempio) una componente per fare del SMS quello che dovrebbe essere, ovvero un centro culturale 'vivo'.
Il punto credo non sia se questa debba o meno avvenire, piuttosto il 'come': valutare se Eataly è adatto a piazza del Duomo di Siena non dovrebbe prescinderne dal conoscere prima maggiori dettagli sullo (eventuale) specifico progetto. Un conto è se la parte food diventasse una componente 'mite' in un contesto ricco anche di altre attrattive, un altro se questa divenisse l'unica ragione, o la più vistosa, per frequentare il complesso.
E' illusorio pensare che la produzione culturale in questo paese possa prescinderne dal 'fare patti' con varie forme di sostentamento. Ma è anche vero che nel momento in cui la si svende non è più cultura, o quanto meno non nel senso in cui per lungo tempo l'Italia ne ha fatto un vanto agli occhi del mondo. Difronte e vicino al Santa Maria della Scala ci sono esempi sintomatici, a mio avviso, di come questo dovrebbe o non dovrebbe avvenire.
I due temi si sono affiancati negli ultimi giorni a Siena, dove più d'uno annuncia come prossimo lo 'sbarco' del concept store farinettiano all'interno del complesso museale Santa Maria della Scala. Tomaso Montanari, qui citato in precedenza, ne ha messo all'indice la prospettiva con un articolo su Il Fatto, suscitando repliche più o meno indignate nella città.
Se non ricordo male, quando il futuro dell'ex spedale senese era un grandioso progetto tutto da costruire, la presenza di esercizi commerciali era contemperata al suo interno al pari (o meglio, in armonia, per quanto possibile) con la sua esposizione e produzione culturale. Che mirabili opere d'arte possano coabitare con bookshop e punti ristoro lo testimoniano centinaia di sedi espositive in tutto il mondo, dalle più prestigiose in giù. Anche questa potrebbe essere (molto più dell'ipotetico 'museo del Palio', ad esempio) una componente per fare del SMS quello che dovrebbe essere, ovvero un centro culturale 'vivo'.
Il punto credo non sia se questa debba o meno avvenire, piuttosto il 'come': valutare se Eataly è adatto a piazza del Duomo di Siena non dovrebbe prescinderne dal conoscere prima maggiori dettagli sullo (eventuale) specifico progetto. Un conto è se la parte food diventasse una componente 'mite' in un contesto ricco anche di altre attrattive, un altro se questa divenisse l'unica ragione, o la più vistosa, per frequentare il complesso.
E' illusorio pensare che la produzione culturale in questo paese possa prescinderne dal 'fare patti' con varie forme di sostentamento. Ma è anche vero che nel momento in cui la si svende non è più cultura, o quanto meno non nel senso in cui per lungo tempo l'Italia ne ha fatto un vanto agli occhi del mondo. Difronte e vicino al Santa Maria della Scala ci sono esempi sintomatici, a mio avviso, di come questo dovrebbe o non dovrebbe avvenire.
lunedì 14 ottobre 2013
La moneta, la cultura e un popolo senza più pietre
In questa Italia dove
si continuano a svendere all'estero pezzi che un tempo significavano
sviluppo e lavoro per migliaia di persone, si continua anche ad
indicare la cultura come uno dei cosiddetti 'asset' sui cui costruire
barlumi di ripresa. Il nobile fine ha da qualche giorno anche una
fresca vernice normativa , ovvero un Decreto a firma del Ministro
Bray che dovrà dimostrare nei mesi a venire di essere più ricco di
contenuti pratici (ad esempio gli incentivi al cinema ed agli enti
lirici) che lacunoso su altri aspetti da esso non toccati.
Staremo a vedere. Nel frattempo, c'è dell'altro. Rimettendo in fila un po' di fatti degli ultimi anni, mi è apparsa più volte verosimile l'obiezione di chi osserva come lo 'sviluppare futuro tramite la cultura' sia stata molto spesso interpretato nel senso di monetizzare tutto ciò che sotto una parvenza culturale potesse far scena (e soldi). Si possono leggere in questo senso l'assegnazione di ruoli strategici nel settore a persone di curriculum e visione spiccatamente aziendalista, oppure la sovrapposizione del concetto di turismo a quello di cultura, come fossero la stessa cosa.
Ieri in libreria ho sfogliato un libro uscito da poco, “Le pietre al popolo”, a firma Tomaso Montanari. Per ragioni contingenti non l'ho comprato, ma oltre allo stupore per certi fatti citati in quarta di copertina, relativi all'uso 'anomalo' di siti culturali a Milano Napoli o Firenze, ho scorso un eloquente capitolo primo, intitolato “l'eclissi di Siena”, e dedicato in particolare a come di fatto la città abbia messo in mano ad altri già da tempo la gestione di uno dei suoi tesori più ammirati (e sacri), l'acropoli, e di come anche il resto del patrimonio artistico sia inclinato verso la stessa direzione. Leggendolo con attenzione credo vi si possano trovare richiami evidenti non solo a tutto quanto di più nefasto e appariscente compromette l'immagine di questa città da un paio d'anni almeno, ma anche a quella monetizzazione spinta della cultura (a all'impoverimento della sua ragion d'essere) che sembra caratterizzare l'Italia un po' tutta, e probabilmente non solo.
A che deve servire, tutto ciò che è 'cultura'? “Ad elevare le élite” disse qualche tempo fa Philippe Daverio. Ovvero, per come l'ho intesa io, a porre le basi per stimolare idee nuove nelle persone (chiunque esse siano) capaci di creare un futuro migliore per sé e per la comunità (le 'culture') in cui vivono. Se questa funzione viene meno, quel che resta è solo la pronta cassa (per pochi, magari); e quando finisce questa, senza uno scenario immaginato per tempo, rischia di esserci il nulla. O magari, solo un terreno fertile a buon prezzo per colonizzatori esteri.
Staremo a vedere. Nel frattempo, c'è dell'altro. Rimettendo in fila un po' di fatti degli ultimi anni, mi è apparsa più volte verosimile l'obiezione di chi osserva come lo 'sviluppare futuro tramite la cultura' sia stata molto spesso interpretato nel senso di monetizzare tutto ciò che sotto una parvenza culturale potesse far scena (e soldi). Si possono leggere in questo senso l'assegnazione di ruoli strategici nel settore a persone di curriculum e visione spiccatamente aziendalista, oppure la sovrapposizione del concetto di turismo a quello di cultura, come fossero la stessa cosa.
Ieri in libreria ho sfogliato un libro uscito da poco, “Le pietre al popolo”, a firma Tomaso Montanari. Per ragioni contingenti non l'ho comprato, ma oltre allo stupore per certi fatti citati in quarta di copertina, relativi all'uso 'anomalo' di siti culturali a Milano Napoli o Firenze, ho scorso un eloquente capitolo primo, intitolato “l'eclissi di Siena”, e dedicato in particolare a come di fatto la città abbia messo in mano ad altri già da tempo la gestione di uno dei suoi tesori più ammirati (e sacri), l'acropoli, e di come anche il resto del patrimonio artistico sia inclinato verso la stessa direzione. Leggendolo con attenzione credo vi si possano trovare richiami evidenti non solo a tutto quanto di più nefasto e appariscente compromette l'immagine di questa città da un paio d'anni almeno, ma anche a quella monetizzazione spinta della cultura (a all'impoverimento della sua ragion d'essere) che sembra caratterizzare l'Italia un po' tutta, e probabilmente non solo.
A che deve servire, tutto ciò che è 'cultura'? “Ad elevare le élite” disse qualche tempo fa Philippe Daverio. Ovvero, per come l'ho intesa io, a porre le basi per stimolare idee nuove nelle persone (chiunque esse siano) capaci di creare un futuro migliore per sé e per la comunità (le 'culture') in cui vivono. Se questa funzione viene meno, quel che resta è solo la pronta cassa (per pochi, magari); e quando finisce questa, senza uno scenario immaginato per tempo, rischia di esserci il nulla. O magari, solo un terreno fertile a buon prezzo per colonizzatori esteri.
lunedì 22 ottobre 2012
La cultura che mangia
Due dati consolidati. Il primo: da lungo tempo, se non proprio da sempre,
l’offerta culturale (beni artistici, paesaggio, eventi) è la
prima ragione di attrazione per i turisti in Toscana, e quindi
in terra di Siena. Il secondo: la seconda motivazione è l’offerta
enogastronomica, che spesso soddisfa il visitatore una volta giunto sul
posto più di quanto si sarebbe aspettato. Detto questo, in tempo di crisi
è…crisi per tutti, anche per chi offre cibo per gli occhi e per il palato. Siena
e la Toscana non fanno certo eccezione, e le reazioni sono contraddittorie. Se
da un parte la promozione turistica si sta orientando sempre
più al ‘fai da te’ (se non proprio al tutti contro tutti),
dall’altra si registrano segnali degni di nota per la serie “l’unione fa
la forza”; anche tra i due segmenti di offerta di cui stiamo in questo
caso parlando. Sintomatico quanto avvenuto a fine settembre a Villa
Bardini, uno dei siti culturali più rilevanti (forte sia del paesaggio,
che di opere d’arte) di Firenze. Non solo perché un museo di primaria importanza
è diventato per una sera luogo di ristorazione (le terre di Siena vantano
importanti precedenti, dalle ‘Degustazioni ad arte” alle cene nel museo della
Mezzadria del novembre 2011), ma soprattutto perché la
scommessa di far ‘legare’ questi due mondi è stata fatta
propria da Regione e Toscana Promozione, ovvero il braccio
operativo della promozione turistica in Toscana dopo la riforma del 2011. Ed è
quasi un dettaglio (degno comunque di nota) il fatto che l’idea di questa
sperimentazione è arrivata da Siena (via Confesercenti). Quel
che più conta ora è il pieno di consensi raccolto tra i presenti alla serata
(giornalisti, bloggers, tour operators), che aveva carattere sperimentale e che
ora sembra destinata a ripetersi in forma itinerante sul territorio regionale,
prima di dare spunto ad un vero e proprio pacchetto turistico
da proporre anche all’estero.
Sono passati più di dieci anni da quando i promotori di una nuova iniziativa che avesse per protagonisti i ristoranti senesi pensarono di sottotitolarla con uno slogan quasi avveniristico: “arte, cultura & tradizioni culinarie”. Il nome dell’iniziativa era Girogustando, e all’atto pratico sotto questo marchio in più di decennio sono stati sperimentati gli abbinamenti più diversificati. Oggi che quel marchio piace anche altrove – prova ne è la prima edizione di Girogustando a Padova, dopo quelle in Umbria - lo slogan è più reale che mai, e molti puristi scettici sull’accostamento si sono dovuti nel frattempo ricredere. Oggi ci si interroga in modo preoccupato sul passato e il futuro di certi luoghi-principe della cultura a Siena, su tutti quel Santa Maria della Scala dove anche il capitolo-ristorazione è rimasto tra gli incompiuti. Tra dibatti, proroghe e angosce (dei lavoratori) c’è chi prova ad insistere su questo binomio che prova a diventare strategico per la nostra economia. Dall’APPeritivo di MangiareaSiena al Mercato nel Campo, passando per il Trekking urbano, in queste pagine presentiamo solo alcuni degli esempi di iniziative concrete che questo territorio sta mettendo in campo, sotto la cornice “cibo&cultura”. C’’è da augurarsi che altre ne seguano, sempre migliori, se è vero quanto scritto sopra. Qualche anno fa un Ministro ebbe a dire che con la cultura non si mangia. Il rischio reale, oggi, è che facendone a meno si mangi ancor meno.
(pubblicato nel n.5/2012 della rivista C&T - Commercio & turismo)
Sono passati più di dieci anni da quando i promotori di una nuova iniziativa che avesse per protagonisti i ristoranti senesi pensarono di sottotitolarla con uno slogan quasi avveniristico: “arte, cultura & tradizioni culinarie”. Il nome dell’iniziativa era Girogustando, e all’atto pratico sotto questo marchio in più di decennio sono stati sperimentati gli abbinamenti più diversificati. Oggi che quel marchio piace anche altrove – prova ne è la prima edizione di Girogustando a Padova, dopo quelle in Umbria - lo slogan è più reale che mai, e molti puristi scettici sull’accostamento si sono dovuti nel frattempo ricredere. Oggi ci si interroga in modo preoccupato sul passato e il futuro di certi luoghi-principe della cultura a Siena, su tutti quel Santa Maria della Scala dove anche il capitolo-ristorazione è rimasto tra gli incompiuti. Tra dibatti, proroghe e angosce (dei lavoratori) c’è chi prova ad insistere su questo binomio che prova a diventare strategico per la nostra economia. Dall’APPeritivo di MangiareaSiena al Mercato nel Campo, passando per il Trekking urbano, in queste pagine presentiamo solo alcuni degli esempi di iniziative concrete che questo territorio sta mettendo in campo, sotto la cornice “cibo&cultura”. C’’è da augurarsi che altre ne seguano, sempre migliori, se è vero quanto scritto sopra. Qualche anno fa un Ministro ebbe a dire che con la cultura non si mangia. Il rischio reale, oggi, è che facendone a meno si mangi ancor meno.
(pubblicato nel n.5/2012 della rivista C&T - Commercio & turismo)
martedì 11 settembre 2012
cultura fuoriforum
Nella
primavera del 2011 una delle forze politiche in lizza per le elezioni
comunali di Siena istituì un forum sulla cultura a Siena,
invitando la cittadinanza a proporre idee. Quelle che seguono sono
righe indirizzate a quel forum da un cittadino non 'appartenente'; quell'invio, tuttavia, non provocò grandi riscontri...sono ancora attuali, queste
righe? Forse no. Ma tant'è, queste erano (sono)...
Scrivo
con spirito costruttivo, benché accompagnato da una forte
autocritica che a mio avviso la città è tenuta a fare,
su questa materia; lo faccio da cittadino semplice, privo di
particolari competenze ed esperienze in materia, se si eccettua
l'aver collaborato alla realizzazione di un incontro del ciclo
“Lunedìlibri”, nell'ottobre 2008, con la partecipazione di
una delle Madri di Plaza de Mayo (Vera Vigevani), e l'aver proposto
di riprodurre in qualche luogo pubblico i versi dedicati da Alda
Merini al Palio; proposta approdata prima sulla stampa poi in
Commissione cultura, ed in seguito persa nel nulla.
L'autocritica
parte da due punti centrali del dibattito culturale recente ed
attuale: Il Santa Maria della Scala e l'occasione-2019.
A
metà degli anni '90 si parlava del primo come della imminente
cittadella senese della cultura, o meglio ancora della versione
senese del Beaubourg, laddove questo rappresentava un esempio
riproducibile di produzione e fruizione diffusa dell'arte e della
cultura, capace di coinvolgere esperti e pubblico di massa, adulti e
bambini, visitatori esterni ma prima ancora i cittadini. Si
prevedevano spazi per botteghe artigiane, per nuove sperimentazioni
artistiche, ingenti flussi di visita e di utilizzo, al punto da
prevedere perfino spazi per attività commerciali. Il sogno
della cittadella viva ha trovato linfa per vari anni, alimentato
soprattutto dall'alternarsi tra eventi espositivi di rilievo e nuovi,
affascinanti ritrovamenti nell'ambito del grande cantiere di
recupero. Poi il tenore della sorpresa si attenuato, la portata delle
grandi mostre si è dilatata o quantomeno, con l'apertura di
palazzo Squarcialupi, lo spazio da mantener vivo è diventato
ancora più grande.
Credo
sia superfluo ricorrere a dati numerici, in questo caso, per
convenire oggi sul fatto che molte di queste attese risultavano
sovradimensionate, oppure sono state ridimensionate da una rosa
variegata di fattori. Quale che ne siano i principali, resta il fatto
che oggi il Santa Maria dela Scala è un opera incompiuta, una
Sagrada Famiglia della Siena contemporanea senza, che i suoi lenti
lavori in corso affascinino le folle quanto riesce a fare in Spagna
l'opera di Gaudì.
Una
presa di coscienza chiara di questo stato di cose, unita ad alcuni
obiettivi di risalita ragionevolmente perseguibili senza troppa
enfasi né eccessivo dispendio di risorse, sarebbe a mio modo
di vedere un punto necessario di ripartenza per la politica culturale
cittadina dei prossimi anni. Indicare quali interventi,
evidentemente, è cosa particolarmente difficile. Ma va fatta,
per uscire necessariamente da un perdurante, pericoloso astrattismo
di bei concetti che volano troppo alto.
Personalmente
credo che la potenzialità più immediata sia quella di
far diventare il SMS un centro più vivo, e vissuto, di quanto
non lo sia ad oggi. Un luogo che il senese medio non visiti solo una
una volta della vita e amen, ma che frequenti per coinvolgimento
diretto. Magari perchè il senese in questione è un
giovane artista e può beneficiare per un lasso di tempo
predefinito di spazi e mezzi per mettere alla prova la sua reale
motivazione; perché magari beneficia qui di stimoli di
“sistema”, sulla falsariga di quanto fatto alla Gamec di Bergamo
(http://www.arteconomy24.ilsole24ore.com/news/2010/12/04/23_A.php
); perché ha un gruppo musicale e finalmente ha trovato spazi
in cui provare a condizioni accettabili; perché ha un figlio
che si avvicina alle forme espressive, e riesce a farlo in spazi meno
decentrati rispetto a quelli della Corte dei Miracoli. Ovvero, di una
delle esperienze-potenzialità nascoste che attualmente la
città può vantare, senza che la gran parte della
popolazione ne abbia la percezione.
Un'altra
di questa è la Biblioteca Comunale degli Intronati:
luogo-oggetto di una rivoluzione silenziosa negli ultimi 10 anni,
capace di arrivare a risultati un tempo impensabili, eppure
sconosciuti alla gran parte della cittadinanza. Che ignora quanto vi
si faccia per i bambini il sabato mattina o in ogni giorno della
settimana negli spazi a loro dedicati; quanta cultura a costo zero
sia lì disponibile in termini di film, documentari, serie tv,
cd musicali, connessioni libere (oltre che, naturalmente, di libri);
l'entusiasmo che mettono in essa i giovani volti che la rappresentano
al pubblico e soprattutto quanti giovani e meno giovani abbiamo preso
a frequentarla negli anni. Gli Intronati sono un caso scuola
controcorrente nella gestione pubblica della cultura diffusa, così
come per certi versi la Corte dei miracoli lo è in ambito
privato-sociale, al pari di alcune iniziative no-profit che vanno ben
oltre il solo percepire utili della Fondazione, e di alcune
coraggiose iniziative private sorte o tenute vive negli ultimi anni:
dalle librerie cittadine, ad alcuni piccoli editori di nicchia, al
tentativo di raccordarli in chiave moderna sperimentato da
Sienalibri.it. Esperienze lodevoli, che tuttavia restano troppo
spesso isolate tra loro, anche per la mancanza di luoghi propizi.
Ecco:
in una frase, credo che il Santa Maria di domani dovrebbe essere un
po' meno grande e vuoto sogno, e un po' più un luogo figlio di
queste esperienze.
Veniamo
al secondo dei due “punti centrali” evocati all'inizio: il 2019.
Alcuni cenni di cronaca: il sindaco Cenni annuncia il proposito della
candidatura nel settembre 2009. Un paio di mesi dopo vengono
annunciati gli enti chiamati a. far parte del comitato promotore, ma
solo un anno più tardi, a fine 2010, viene nominato un elenco
di nomi e cognomi chiamati a lavorare fattivamente all'idea. Prima e,
a tutt'oggi, dopo, più nulla: nel frattempo, solo per fare due
esempi, Ravenna esterna i propri progetti già nella primavera
2010, Venezia fa squadra con il Nordest e lo annuncia in conferenza
stampa e intere pagine a pagamento su quotidiani nazionali.
E'
percezione diffusa che l'idea, per quanto lodevole e salutare, stia
maturando quantomeno in ritardo. Ma non sarebbe questo l'ostacolo
maggiore, se tutto il resto fosse a posto: il punto è che, con
il passare dei mesi, il contesto in cui è maturata l'idea si è
fatto progressivamente meno propizio all'idea stessa. Per vari
fattori.
Uno
di questi è lo stesso Santa Maria, di cui abbiamo detto prima.
In netto ribasso, purtroppo, appare anche il rapporto della città
con la 'settima arte': nel 2010 hanno chiuso due storiche sale
cinematografiche, la tecnologia digitale è arrivata in una
delle tre che rimangono con mesi e mesi di ritardo, e viceversa i
paesaggi cittadini di questi tempi non hanno trovato di meglio che
far da sfondo a due puntate di 'un posto al sole'. A questo si
aggiunga la nuova metamorfosi cui in questi mesi pare chiamato
l'unica rassegna cinematografica cittadina, tollerata negli anni nel
suo mutevole cambiar pelle senza che questo lasciasse mai un
effettivo indotto o mettesse basi reali per qualcosa di meno effimero
in prospettiva.
Altre
entità culturali resistono, non prive di difficoltà: è
il caso, recente, del Siena Jazz. Resistono, ma in buona parte
restano mondi a parte, non comunicanti tra di sé e soprattutto
vagamente percepiti da una gran parte della popolazione. Che
probabilmente ignora il reale spessore dell'Accademia Chigiana, o
quanto insegnamento si faccia all'interno di una Rinaldo Franci, di
una scuola di lingua o cultura per stranieri (L'Unistrasi, ma non
solo); e che però, paradossalmente, da ormai un decennio si
sorbisce sul Canale Civico solo e soltanto repliche paliesche, quando
questa frequenza avrebbe potuto facilmente essere usata almeno in
parte per far percepire qualcosa al senese medio – oltre che al
turista alloggiato in albergo – di quanto si fa di buono e vario,
in questo sottobosco culturale.
Il
riferimento finale, che può suonare anche da sintesi per i
precedenti, riguarda l'architettura. All'inizio del 2011, sulle
pagine dei quotidiani fiorentini ha trovato spazio la polemica sui
cosiddetti “archisprechi”, ovvero sui troppi progetti elaborati
dalle cosidette 'archistar' rimasti poi nel cassetto. A Siena, questo
problema non c'è: salvo poche eccezioni, quanto più
negli ultimi anni un edificio è stato eretto nuovo e vistoso,
tantomeno ha portato una firma qualificata, oltre che un impatto
degno di nota. Sarà forse fin troppo comodo, ma da profano mi
accodo al coro di chi ha qualificato come 'brutture' l'edificio
lineare, lo sventramento di piazzale Rosselli, l'esagono di san
marco. Eppure la millenaria fama di Siena si deve in buona parte a
quanto di mirabile e coraggioso fu edificato nell'era del suo massimo
fulgore, economico e non solo. Obiettivamente, veniamo da un era
recente in cui la disponibilità economica di sistema non è
mancata: non mi pare, tuttavia, che quanto è stato eretto
possa aspirare ad esser meta turistica tra decenni e secoli.
Questa
considerazione simbolica, in estrema sintesi, può dirla lunga
sulla fondatezza delle velleità da capitale europea della
cultura. Ma anche, sulle potenzialità di miglioramento, per la
cultura e quindi per il bene per la comunità, nei prossimi
anni. Francamente, a mio avviso Siena in questa fase non ha proprio
le carte per ottenere l'investitura: uscirne battuti con onore,
tuttavia, sarebbe già un gran risultato, perché
significherebbe che ci ha provato. E io spero vivamente che lo
faccia.
Iscriviti a:
Post (Atom)

