lunedì 10 febbraio 2014

L'arte superflua per chi studia turismo




Allargando il campo di visuale, la querelle del Santa Maria della Scala potrebbe esser liquidata come questione strettamente locale, propria di una 'comunità' che avrebbe fatto a gestirla più saggiamente e per tempo, e che in essa rischia di avvitarsi nuovamente se continuerà a trattarla in funzione di tornaconti politico-elettorali, come forse sta avvenendo in questi giorni.

Peggio per Siena, se così è dunque. Ma quella di un equilibrato rapporto tra soldi privati e patrimonio pubblico è invece questione d'interesse della nazione tutta: Salvatore Settis su Repubblica nei giorni scorsi invitava a distinguere tra capitali privati 'furbi' e quelli che si avvicinano alla cultura con visione lungimirante, sia per sé che per la comunità, invitando ad adottare norme che incentivino questi ultimi a scapito dei primi. Pare che ci sia bisogno, perché di siti espositivi dove questo rapporto è squilibrato sembrano essercene diversi, da nord a sud.

Sperare che mani sagge intervengano non costa nulla. Intanto, però: la detraibilità delle spese per l'acquisto di libri, annunciata dal Governo a fine 2013, è sparita. E l'insegnamento della storia dell'arte nelle scuole superiori, stando all'attuale Ministro dell'Istruzione, tornerà ad aumentare nei soli licei classici, mentre negli istituti di formazione turistica continuerà ad essere dispersa. Ma non era l'arte uno dei principali motivi di attrazione di questo Paese?

domenica 9 febbraio 2014

La cultura e la farina

Come buona parte dei più enfatizzati provvedimenti governativi degli ultimi anni, a distanza di quattro mesi il Decreto Bray sulla cultura zoppica in più parti per mancanza di altri provvedimenti attuativi. I mesi trascorsi non hanno smorzato l'attualità degli interrogativi sulla 'monetizzazione spinta' della cultura in Italia; parallelamente, tra le buone pratiche del made in Italy che funzione si è ulteriormente affermata quella di Oscar Farinetti e della sua Eataly,

I due temi si sono affiancati negli ultimi giorni a Siena, dove più d'uno annuncia come prossimo lo 'sbarco' del concept store farinettiano all'interno del complesso museale Santa Maria della Scala. Tomaso Montanari, qui citato in precedenza, ne ha messo all'indice la prospettiva con un articolo su Il Fatto, suscitando repliche più o meno indignate nella città.

Se non ricordo male, quando il futuro dell'ex spedale senese era un grandioso progetto tutto da costruire, la presenza di esercizi commerciali era contemperata al suo interno al pari (o meglio, in armonia, per quanto possibile) con la sua esposizione e produzione culturale. Che mirabili opere d'arte possano coabitare con bookshop e punti ristoro lo testimoniano centinaia di sedi espositive in tutto il mondo, dalle più prestigiose in giù. Anche questa potrebbe essere (molto più dell'ipotetico 'museo del Palio', ad esempio) una componente per fare del SMS quello che dovrebbe essere, ovvero un centro culturale 'vivo'.

Il punto credo non sia se questa debba o meno avvenire, piuttosto il 'come': valutare se Eataly è adatto a piazza del Duomo di Siena non dovrebbe prescinderne dal conoscere prima maggiori dettagli sullo (eventuale) specifico progetto. Un conto è se la parte food diventasse una componente 'mite' in un contesto ricco anche di altre attrattive, un altro se questa divenisse l'unica ragione, o la più vistosa, per frequentare il complesso.

E' illusorio pensare che la produzione culturale in questo paese possa prescinderne dal 'fare patti' con varie forme di sostentamento. Ma è anche vero che nel momento in cui la si svende non è più cultura, o quanto meno non nel senso in cui per lungo tempo l'Italia ne ha fatto un vanto agli occhi del mondo. Difronte e vicino al Santa Maria della Scala ci sono esempi sintomatici, a mio avviso, di come questo dovrebbe o non dovrebbe avvenire.



lunedì 14 ottobre 2013

La moneta, la cultura e un popolo senza più pietre

In questa Italia dove si continuano a svendere all'estero pezzi che un tempo significavano sviluppo e lavoro per migliaia di persone, si continua anche ad indicare la cultura come uno dei cosiddetti 'asset' sui cui costruire barlumi di ripresa. Il nobile fine ha da qualche giorno anche una fresca vernice normativa , ovvero un Decreto a firma del Ministro Bray che dovrà dimostrare nei mesi a venire di essere più ricco di contenuti pratici (ad esempio gli incentivi al cinema ed agli enti lirici) che lacunoso su altri aspetti da esso non toccati.

Staremo a vedere. Nel frattempo, c'è dell'altro. Rimettendo in fila un po' di fatti degli ultimi anni, mi è apparsa più volte verosimile l'obiezione di chi osserva come lo 'sviluppare futuro tramite la cultura' sia stata molto spesso interpretato nel senso di monetizzare tutto ciò che sotto una parvenza culturale potesse far scena (e soldi). Si possono leggere in questo senso l'assegnazione di ruoli strategici nel settore a persone di curriculum e visione spiccatamente aziendalista, oppure la sovrapposizione del concetto di turismo a quello di cultura, come fossero la stessa cosa.

Ieri in libreria ho sfogliato un libro uscito da poco, “Le pietre al popolo”, a firma Tomaso Montanari. Per ragioni contingenti non l'ho comprato, ma oltre allo stupore per certi fatti citati in quarta di copertina, relativi all'uso 'anomalo' di siti culturali a Milano Napoli o Firenze, ho scorso un eloquente capitolo primo, intitolato “l'eclissi di Siena”, e dedicato in particolare a come di fatto la città abbia messo in mano ad altri già da tempo la gestione di uno dei suoi tesori più ammirati (e sacri), l'acropoli, e di come anche il resto del patrimonio artistico sia inclinato verso la stessa direzione. Leggendolo con attenzione credo vi si possano trovare richiami evidenti non solo a tutto quanto di più nefasto e appariscente compromette l'immagine di questa città da un paio d'anni almeno, ma anche a quella monetizzazione spinta della cultura (a all'impoverimento della sua ragion d'essere) che sembra caratterizzare l'Italia un po' tutta, e probabilmente non solo.

A che deve servire, tutto ciò che è 'cultura'? “Ad elevare le élite” disse qualche tempo fa Philippe Daverio. Ovvero, per come l'ho intesa io, a porre le basi per stimolare idee nuove nelle persone (chiunque esse siano) capaci di creare un futuro migliore per sé e per la comunità (le 'culture') in cui vivono. Se questa funzione viene meno, quel che resta è solo la pronta cassa (per pochi, magari); e quando finisce questa, senza uno scenario immaginato per tempo, rischia di esserci il nulla. O magari, solo un terreno fertile a buon prezzo per colonizzatori esteri.


lunedì 22 ottobre 2012

La cultura che mangia

Due dati consolidati. Il primo: da lungo tempo, se non proprio da sempre, l’offerta culturale (beni artistici, paesaggio, eventi) è la prima ragione di attrazione per i turisti in Toscana, e quindi in terra di Siena. Il secondo: la seconda motivazione è l’offerta enogastronomica, che spesso soddisfa il visitatore una volta giunto sul posto più di quanto si sarebbe aspettato. Detto questo, in tempo di crisi è…crisi per tutti, anche per chi offre cibo per gli occhi e per il palato. Siena e la Toscana non fanno certo eccezione, e le reazioni sono contraddittorie. Se da un parte la promozione turistica si sta orientando sempre più al ‘fai da te’ (se non proprio al tutti contro tutti), dall’altra si registrano segnali degni di nota per la serie “l’unione fa la forza”; anche tra i due segmenti di offerta di cui stiamo in questo caso parlando. Sintomatico quanto avvenuto a fine settembre a Villa Bardini, uno dei siti culturali più rilevanti (forte sia del paesaggio, che di opere d’arte) di Firenze. Non solo perché un museo di primaria importanza è diventato per una sera luogo di ristorazione (le terre di Siena vantano importanti precedenti, dalle ‘Degustazioni ad arte” alle cene nel museo della Mezzadria del novembre 2011), ma soprattutto perché la scommessa di far ‘legare’ questi due mondi è stata fatta propria da Regione e Toscana Promozione, ovvero il braccio operativo della promozione turistica in Toscana dopo la riforma del 2011. Ed è quasi un dettaglio (degno comunque di nota) il fatto che l’idea di questa sperimentazione è arrivata da Siena (via Confesercenti). Quel che più conta ora è il pieno di consensi raccolto tra i presenti alla serata (giornalisti, bloggers, tour operators), che aveva carattere sperimentale e che ora sembra destinata a ripetersi in forma itinerante sul territorio regionale, prima di dare spunto ad un vero e proprio pacchetto turistico da proporre anche all’estero.
Sono passati più di dieci anni da quando i promotori di una nuova iniziativa che avesse per protagonisti i ristoranti senesi pensarono di sottotitolarla con uno slogan quasi avveniristico: “arte, cultura & tradizioni culinarie”. Il nome dell’iniziativa era Girogustando, e all’atto pratico sotto questo marchio in più di decennio sono stati sperimentati gli abbinamenti più diversificati. Oggi che quel marchio piace anche altrove – prova ne è la prima edizione di Girogustando a Padova, dopo quelle in Umbria - lo slogan è più reale che mai, e molti puristi scettici sull’accostamento si sono dovuti nel frattempo ricredere. Oggi ci si interroga in modo preoccupato sul passato e il futuro di certi luoghi-principe della cultura a Siena, su tutti quel Santa Maria della Scala dove anche il capitolo-ristorazione è rimasto tra gli incompiuti. Tra dibatti, proroghe e angosce (dei lavoratori) c’è chi prova ad insistere su questo binomio che prova a diventare strategico per la nostra economia. Dall’APPeritivo di MangiareaSiena al Mercato nel Campo, passando per il Trekking urbano, in queste pagine presentiamo solo alcuni degli esempi di iniziative concrete che questo territorio sta mettendo in campo, sotto la cornice “cibo&cultura”. C’’è da augurarsi che altre ne seguano, sempre migliori, se è vero quanto scritto sopra. Qualche anno fa un Ministro ebbe a dire che con la cultura non si mangia. Il rischio reale, oggi, è che facendone a meno si mangi ancor meno.
(pubblicato nel n.5/2012 della rivista C&T - Commercio & turismo)

martedì 11 settembre 2012

cultura fuoriforum


Nella primavera del 2011 una delle forze politiche in lizza per le elezioni comunali di Siena istituì un forum sulla cultura a Siena, invitando la cittadinanza a proporre idee. Quelle che seguono sono righe indirizzate a quel forum da un cittadino non 'appartenente'; quell'invio, tuttavia, non provocò grandi riscontri...sono ancora attuali, queste righe? Forse no. Ma tant'è, queste erano (sono)...

Scrivo con spirito costruttivo, benché accompagnato da una forte autocritica che a mio avviso la città è tenuta a fare, su questa materia; lo faccio da cittadino semplice, privo di particolari competenze ed esperienze in materia, se si eccettua l'aver collaborato alla realizzazione di un incontro del ciclo “Lunedìlibri”, nell'ottobre 2008, con la partecipazione di una delle Madri di Plaza de Mayo (Vera Vigevani), e l'aver proposto di riprodurre in qualche luogo pubblico i versi dedicati da Alda Merini al Palio; proposta approdata prima sulla stampa poi in Commissione cultura, ed in seguito persa nel nulla.

L'autocritica parte da due punti centrali del dibattito culturale recente ed attuale: Il Santa Maria della Scala e l'occasione-2019.

A metà degli anni '90 si parlava del primo come della imminente cittadella senese della cultura, o meglio ancora della versione senese del Beaubourg, laddove questo rappresentava un esempio riproducibile di produzione e fruizione diffusa dell'arte e della cultura, capace di coinvolgere esperti e pubblico di massa, adulti e bambini, visitatori esterni ma prima ancora i cittadini. Si prevedevano spazi per botteghe artigiane, per nuove sperimentazioni artistiche, ingenti flussi di visita e di utilizzo, al punto da prevedere perfino spazi per attività commerciali. Il sogno della cittadella viva ha trovato linfa per vari anni, alimentato soprattutto dall'alternarsi tra eventi espositivi di rilievo e nuovi, affascinanti ritrovamenti nell'ambito del grande cantiere di recupero. Poi il tenore della sorpresa si attenuato, la portata delle grandi mostre si è dilatata o quantomeno, con l'apertura di palazzo Squarcialupi, lo spazio da mantener vivo è diventato ancora più grande.

Credo sia superfluo ricorrere a dati numerici, in questo caso, per convenire oggi sul fatto che molte di queste attese risultavano sovradimensionate, oppure sono state ridimensionate da una rosa variegata di fattori. Quale che ne siano i principali, resta il fatto che oggi il Santa Maria dela Scala è un opera incompiuta, una Sagrada Famiglia della Siena contemporanea senza, che i suoi lenti lavori in corso affascinino le folle quanto riesce a fare in Spagna l'opera di Gaudì.

Una presa di coscienza chiara di questo stato di cose, unita ad alcuni obiettivi di risalita ragionevolmente perseguibili senza troppa enfasi né eccessivo dispendio di risorse, sarebbe a mio modo di vedere un punto necessario di ripartenza per la politica culturale cittadina dei prossimi anni. Indicare quali interventi, evidentemente, è cosa particolarmente difficile. Ma va fatta, per uscire necessariamente da un perdurante, pericoloso astrattismo di bei concetti che volano troppo alto.

Personalmente credo che la potenzialità più immediata sia quella di far diventare il SMS un centro più vivo, e vissuto, di quanto non lo sia ad oggi. Un luogo che il senese medio non visiti solo una una volta della vita e amen, ma che frequenti per coinvolgimento diretto. Magari perchè il senese in questione è un giovane artista e può beneficiare per un lasso di tempo predefinito di spazi e mezzi per mettere alla prova la sua reale motivazione; perché magari beneficia qui di stimoli di “sistema”, sulla falsariga di quanto fatto alla Gamec di Bergamo (http://www.arteconomy24.ilsole24ore.com/news/2010/12/04/23_A.php ); perché ha un gruppo musicale e finalmente ha trovato spazi in cui provare a condizioni accettabili; perché ha un figlio che si avvicina alle forme espressive, e riesce a farlo in spazi meno decentrati rispetto a quelli della Corte dei Miracoli. Ovvero, di una delle esperienze-potenzialità nascoste che attualmente la città può vantare, senza che la gran parte della popolazione ne abbia la percezione.

Un'altra di questa è la Biblioteca Comunale degli Intronati: luogo-oggetto di una rivoluzione silenziosa negli ultimi 10 anni, capace di arrivare a risultati un tempo impensabili, eppure sconosciuti alla gran parte della cittadinanza. Che ignora quanto vi si faccia per i bambini il sabato mattina o in ogni giorno della settimana negli spazi a loro dedicati; quanta cultura a costo zero sia lì disponibile in termini di film, documentari, serie tv, cd musicali, connessioni libere (oltre che, naturalmente, di libri); l'entusiasmo che mettono in essa i giovani volti che la rappresentano al pubblico e soprattutto quanti giovani e meno giovani abbiamo preso a frequentarla negli anni. Gli Intronati sono un caso scuola controcorrente nella gestione pubblica della cultura diffusa, così come per certi versi la Corte dei miracoli lo è in ambito privato-sociale, al pari di alcune iniziative no-profit che vanno ben oltre il solo percepire utili della Fondazione, e di alcune coraggiose iniziative private sorte o tenute vive negli ultimi anni: dalle librerie cittadine, ad alcuni piccoli editori di nicchia, al tentativo di raccordarli in chiave moderna sperimentato da Sienalibri.it. Esperienze lodevoli, che tuttavia restano troppo spesso isolate tra loro, anche per la mancanza di luoghi propizi.

Ecco: in una frase, credo che il Santa Maria di domani dovrebbe essere un po' meno grande e vuoto sogno, e un po' più un luogo figlio di queste esperienze.

Veniamo al secondo dei due “punti centrali” evocati all'inizio: il 2019. Alcuni cenni di cronaca: il sindaco Cenni annuncia il proposito della candidatura nel settembre 2009. Un paio di mesi dopo vengono annunciati gli enti chiamati a. far parte del comitato promotore, ma solo un anno più tardi, a fine 2010, viene nominato un elenco di nomi e cognomi chiamati a lavorare fattivamente all'idea. Prima e, a tutt'oggi, dopo, più nulla: nel frattempo, solo per fare due esempi, Ravenna esterna i propri progetti già nella primavera 2010, Venezia fa squadra con il Nordest e lo annuncia in conferenza stampa e intere pagine a pagamento su quotidiani nazionali.

E' percezione diffusa che l'idea, per quanto lodevole e salutare, stia maturando quantomeno in ritardo. Ma non sarebbe questo l'ostacolo maggiore, se tutto il resto fosse a posto: il punto è che, con il passare dei mesi, il contesto in cui è maturata l'idea si è fatto progressivamente meno propizio all'idea stessa. Per vari fattori.

Uno di questi è lo stesso Santa Maria, di cui abbiamo detto prima. In netto ribasso, purtroppo, appare anche il rapporto della città con la 'settima arte': nel 2010 hanno chiuso due storiche sale cinematografiche, la tecnologia digitale è arrivata in una delle tre che rimangono con mesi e mesi di ritardo, e viceversa i paesaggi cittadini di questi tempi non hanno trovato di meglio che far da sfondo a due puntate di 'un posto al sole'. A questo si aggiunga la nuova metamorfosi cui in questi mesi pare chiamato l'unica rassegna cinematografica cittadina, tollerata negli anni nel suo mutevole cambiar pelle senza che questo lasciasse mai un effettivo indotto o mettesse basi reali per qualcosa di meno effimero in prospettiva.

Altre entità culturali resistono, non prive di difficoltà: è il caso, recente, del Siena Jazz. Resistono, ma in buona parte restano mondi a parte, non comunicanti tra di sé e soprattutto vagamente percepiti da una gran parte della popolazione. Che probabilmente ignora il reale spessore dell'Accademia Chigiana, o quanto insegnamento si faccia all'interno di una Rinaldo Franci, di una scuola di lingua o cultura per stranieri (L'Unistrasi, ma non solo); e che però, paradossalmente, da ormai un decennio si sorbisce sul Canale Civico solo e soltanto repliche paliesche, quando questa frequenza avrebbe potuto facilmente essere usata almeno in parte per far percepire qualcosa al senese medio – oltre che al turista alloggiato in albergo – di quanto si fa di buono e vario, in questo sottobosco culturale.

Il riferimento finale, che può suonare anche da sintesi per i precedenti, riguarda l'architettura. All'inizio del 2011, sulle pagine dei quotidiani fiorentini ha trovato spazio la polemica sui cosiddetti “archisprechi”, ovvero sui troppi progetti elaborati dalle cosidette 'archistar' rimasti poi nel cassetto. A Siena, questo problema non c'è: salvo poche eccezioni, quanto più negli ultimi anni un edificio è stato eretto nuovo e vistoso, tantomeno ha portato una firma qualificata, oltre che un impatto degno di nota. Sarà forse fin troppo comodo, ma da profano mi accodo al coro di chi ha qualificato come 'brutture' l'edificio lineare, lo sventramento di piazzale Rosselli, l'esagono di san marco. Eppure la millenaria fama di Siena si deve in buona parte a quanto di mirabile e coraggioso fu edificato nell'era del suo massimo fulgore, economico e non solo. Obiettivamente, veniamo da un era recente in cui la disponibilità economica di sistema non è mancata: non mi pare, tuttavia, che quanto è stato eretto possa aspirare ad esser meta turistica tra decenni e secoli.

Questa considerazione simbolica, in estrema sintesi, può dirla lunga sulla fondatezza delle velleità da capitale europea della cultura. Ma anche, sulle potenzialità di miglioramento, per la cultura e quindi per il bene per la comunità, nei prossimi anni. Francamente, a mio avviso Siena in questa fase non ha proprio le carte per ottenere l'investitura: uscirne battuti con onore, tuttavia, sarebbe già un gran risultato, perché significherebbe che ci ha provato. E io spero vivamente che lo faccia.

mercoledì 15 agosto 2012

L'antispread che ci rimane

Mesi e mesi senza aggiungere parole, e poi due righe che ricompaiono nel giorno di ferragosto: possibile? Sì, se se in questo giorno una combinazione di circostanze ti rimette in condizioni di congelare i pensieri come non riesci da mesi. E di estraniarti dalla moltiplicazione di angosce cui tutti i giorni ti espongono i media, e gran parte dei discorsi con la gente. A queste latitudini viviamo un tempo sospeso in cui molti hanno già visto compromettere il proprio modo di esser umani, altri non ancora ma temono sempre più di farlo. Un tempo in cui se cerchi stimoli e metodi per esser migliori finisci per sentirti anacronistico, isola dispersa in un mare di aggressiva indignazione, che di giorno in giorno inonda valli scavate negli anni precedenti da una clamorosa e diffusa assenza di etica. Un isola come tante altre, magari, con le quali però è difficile stabilire contatti concreti, occasioni per scambiar parole e condividere la costruzione di qualcosa.

Un contesto generale al quale ognuno aggiunge i propri disagi particolari, a seconda che uno spenda le propria energie nella finanza, nell'industria o in un altro dei settori – quasi tutti – che hanno concorso al degrado. Quello dell'informazione nondimeno, il quale oggi accentua i toni delle fobie dopo che, in moti casi, ha evitato di diffondere conoscenze che avrebbero potuto almeno rallentare le degenerazioni. Una lettura che in Italia vale sia per il contesto nazionale, che per molti di quelli locali: il caso di Siena è uno di quelli dove negli ultimi anni, pur se affiancato da alcune meritorie pagine e inchieste da 'cane da guardia', il modo di diffondere notizie e quello di dibatterne pubblicamente ha scontato anche troppi vizi di fondo, tollerando troppe corsie preferenziali da una parte e bocche chiuse dall'altra, creando 'bolle informative' destinate a sgonfiarsi: così, il dilagare della testimonianza (e dell'offesa) anonima, in forma più cattiva che costruttiva, è sintomo di tutto ciò, e di forti crepe per una società che storicamente fa vanto di esser 'civile'.

Fa male veder quel che si vede, e anche il solo sfogliare il giornale diventa sempre più faticoso; si fa strada la rimozione, senza sapere dove potrà portare. Pere restare sul caso locale, leggere ancora pochi giorni fa a tutta pagina che “il santa maria della scala è il grande incompiuto” (Corriere di Siena, 11 agosto) fa specie, soprattutto agli occhi di chi in proposito aveva sottoposto idee all'attenzione di chi doveva esser 'forza di governo', senza però averne alcun riscontro. E fa specie, ma stavolta in positivo, leggere nella pagina accanto suggestioni positive avanzate da semplici cittadini: quella di Mattia (“aprirsi, senza vendersi a persone che hanno pensato soprattutto a loro stessi; aprire le bellezze di Siena ma allo stesso tempo accogliere ogni bellezza che viene da fuori, confrontarsi col mondo e capire che non siamo il centro del mondo”) o di Carla che racconta un caso concreto di semplice quotidianità, (aiutare una straniera in difficoltà a salire le scale) che se ripetuto da ciascuno ogni volta che capita “riporterebbe questa città ad apprezzare quello che ha”. A qualcuno può sembrare buonismo, ad altri l'uovo di colombo. Di questi tempi, frasi così sono oro che luccica al riparo da spread: in paese, in città o metropoli che sia.

sabato 10 marzo 2012

Memorie d'archivio

Quelli inseriti prima della data odierna sono i post recuperati dalla precedente versione del blog, on line fino a fine gennaio 2012 su minimemo.splinder.com. Quelli che seguiranno, se ce ne saranno, saranno alla loro prima apparizione.